07.10.09
Senza i grandi poteri
L’idea di un mondo senza frontiere sembra cosi bella, giusta e in linea con i diritti umani che non è sorprendente che abbia sostenitori che vanno dalla sinistra comunista alla destra liberista. Per me, però, ci sono vari problemi che mi spingono a essere riluttante nell’accettare questa soluzione nel mondo contemporaneo in cui ci è dato vivere.
Una delle principali argomentazioni di chi sostiene l’abolizione delle frontiere è di solito quella secondo la quale il territorio sarebbe un fattore arbitrario, e non ci sarebbero giustificazioni per preferire quelli che vivono già in qualche posto rispetto a quelli che non sono ancora lì.
È, questa, una posizione molto valida se parliamo, per esempio, dei diritti umani, che non sono legati al luogo o alla classe sociale, ma al semplice fatto di essere un “essere umano”, con il conseguente dovere della loro accettazione e difesa, da parte delle altre persone o delle comunità, a prescindere da ogni altra caratteristica individuale. Questa posizione, peraltro, è ampiamente accettata nell’ambito internazionale, almeno a partire dalla Seconda guerra mondiale, dopo una prima parte del secolo scorso caratterizzato dal nazifascismo, dal genocidio degli armeni ecc.
Ma ci sono diritti o interessi legati alle risorse locali. Se affermiamo che tutti hanno lo stesso diritto di usare qualsiasi pezzo di terra per i propri scopi, dobbiamo affermare il diritto degli Stati Uniti a costruire una base militare a Vicenza, nonostante la volontà contraria dei locali. Come decidere su questo conflitto? Chiedere a tutto il mondo di votare sulla base di Vicenza? Ovviamente non è possibile, tecnicamente e praticamente (se si dovesse decidere ogni contenzioso in tal modo, si avrebbero molte votazioni al secondo). Consentire ai cittadini degli Stati uniti e dell’Italia di votare sulla questione delle basi? Questo solleverebbe problemi in termini di imparzialità e disponibilità delle informazioni, di conteggio dei voti ecc. Se infatti tutti i voti avessero lo stesso peso, sarebbero di fatto i soli statunitensi a decidere, e il voto degli italiani sarebbe inutile, mentre se si introducesse l’obbligo di ottenere la maggioranza in entrambi i paesi, si concederebbe di fatto il potere di veto agli italiani, e il voto degli statunitensi sarebbe inutile. Se si restringesse il voto a quelli che vivono a Vicenza o in Italia – avendo, al contempo, frontiere totalmente aperte – non si potrebbe escludere in teoria l’ipotesi di un massiccio afflusso di votanti dall’estero, in grado di cambiare il segno del voto. Certo, è improbabile che decine di migliaia di persone si spostino per decidere su una simile questione, ma che dire di altre questioni? Se si dovesse decidere dell’assegnazione di appalti petroliferi? O se fossero in gioco altri interessi economici o sociali di grande rilevanza? Se, infine, accettassimo che si debba aver vissuto a Vicenza per un dato periodo di tempo per aver diritto al voto, avremmo allora una distinzione tra locali e non-locali.
Se cancelliamo le frontiere in quanto tali, la missione degli Stati uniti in Iraq diventa giustificabile sulla base degli interessi degli Stati Uniti o, più precisamente, degli interessi di qualche gruppo di persone all’interno degli Stati Uniti.
Questa logica non farebbe altro che portarci indietro, verso un sistema internazionale in cui dimensioni e potere in quanto tale sono la base di ogni argomentazione, con la conseguente fine di ogni idea e possibilità di protezione per le minoranze, o per i piccoli stati e/o popoli, e in cui l’ultima decisione è basata sulle armi o sulla ricchezza. Spesso si tende a dimenticare che le frontiere sono, di fatto, l’unica ragione per cui, almeno in certi ambiti, Andorra possa godere degli stessi privilegi e della stessa considerazione degli Stati Uniti, per esempio. Facendo un paragone con la nostra vita di tutti i giorni, è un po’ quel che succede con gli appellativi. Certo, quando diciamo “signor” Rossi, usiamo un relitto del passato, un appellativo che discende dal mondo delle parrucche incipriate, o peggio dalla società servile dell’antichità. Eppure, il solo momento in cui il signor Rossi e il signor Agnelli sono uguali, è proprio nel fatto che ci si rivolge a entrambi dicendo “signore”. Anche se sappiamo bene che i potenti amano essere definiti “Avvocato”, “Cavaliere”, “Presidente” ecc. Bene, si fanno definire così proprio perché sanno che oggi, “signore” non basta più. Una volta, nessun funzionario pubblico si sarebbe rivolto a un contadino chiamandolo “signore”. Adesso sì. Questo appellativo muffito, allora, diventa un simbolo di dignità, esattamente come la camicia bianca e la cravatta – così “borghesi” – che il famoso operaio di Mirafiori di cui parlava Bertinotti indossava ogni giorno, per dimostrare al suo capo che anche lui era un “signore”, e che gli era dovuto rispetto. Ecco allora, che i picchetti d’onore scattano sull’attenti sia che venga issata la Stars&Stripes, sia che venga issato il vessillo di San Marino. Niente frontiere niente status per i piccoli stati; ma si può essere certi che quelli grandi, invece, troverebbero il modo di sopravvivere, magari non più come Usa, ma come Bushistan magari, o Berluscolandia. Siamo sicuri che sia meglio? Nel mondo attuale, in cui le risorse non sono distribuite in modo eguale, i poteri ci sono: abolire le frontiere significherebbe dare via libera a quelli più ricchi, più potenti, stati o meno. Torneremmo esattamente in quell’era che abbiamo voluto cancellare, il terrore senza limiti degli anni trenta.
Per evitare questo, mi sembra che sia necessario abbandonare l’idea di abolire le frontiere, almeno finché vi siano disuguaglianze rilevanti in termini di potere e risorse. Più riconosciamo il diritto delle piccole comunità a decidere sulle proprie cose – in un approccio di sussidiarietà diplomatica – più abbiamo agenti internazionali che entrano nel mondo chiuso della diplomazia, più è possibile creare una rete tra quei soggetti che, adesso, sono lasciati ai margini delle relazioni internazionali. O molte reti diverse. L’unità d’Italia e l’idea iniziale della Comunità Europea sono, in un certo senso, il risultato di un simile tipo di reti…
E forse, quando avremo creato questa specie di rete partendo magari dai rapporti economici – una rete in cui esiste sì dipendenza, ma su un piano di parità formale – riusciremo anche a dar vita a un mondo in cui le frontiere non siano più politiche ma amministrative, in cui ogni posto del pianeta sia vivibile.
05.18.09
Bisogno di chi?
Un frase che mi fa veramente infuriare è: “abbiamo bisogno degli immigrati”, o la sua variante “la nostra economia ha bisogno degli immigrati”. E sopratutto in Italia, dove sappiamo tutti che il lavoro degli immigrati è in massima parte precario, pesante, poco pagato, pericoloso… Insomma, avremmo bisogno di persone che lavorino in condizioni che “noi” abbiamo imparato a chiamare “inumane”. Sappiamo tutti che molti immigrati vivono in appartamenti piccoli, che a volte dormono a turno nello stesso letto – sono così poco pagati, che non hanno nemmeno la possibilità di avere un proprio letto! Un italiano non farebbe mai queste condizioni. Perché ha la sua dignità. Direbbe all’imprenditore: “Per un simile salario io non sono disposto a lavorare. Sono un essere umano, vorrei almeno un letto”.
E allora… allora abbiamo bisogno degli immigrati. Abbiamo bisogno di persone che non vogliano un letto proprio. Abbiamo bisogno di persone che non sappiano lottare per i propri diritti. Abbiamo bisogno di persone che siano disposte a lavorare in condizioni pericolose. Abbiamo bisogno di persone che si accontentino di salari da fame.
Non vi sembra che, in fin dei conti, ciò di cui “abbiamo bisogno” siano degli schiavi?
Se la nostra economia ha bisogno di schiavi, allora siamo noi a non dover avere bisogno di questa economia. Dobbiamo assicurare che gli immigrati non debbano lavorare in questo modo? Certo. Bene. Ci sono tanti immigrati che conoscono il loro valore di esseri umani. Ce ne sono tanti che hanno imparato in Italia cosa significhi lottare per i propri diritti. Ma è a questo punto che gli imprenditori attaccano con la solita cantilena: “Abbiamo bisogno degli immigrati”. Sì, ma di quelli “nuovi”. Quelli che sono disposto a lavorare per nulla.
Noi non abbiamo bisogno degli immigrati. Gli imprenditori ne hanno bisogno. Noi abbiamo bisogno di uomini che possano vivere in modo dignitoso, avere una casa – un appartamento – andare in vacanza almeno una volta l’anno, riposare il fine settimana, partecipare alla vita culturale… Essere umani. Liberi. Con tutti i diritti.
02.11.09
Il diavolo ha vinto?
Perché il signor Berlusconi avesse bisogno di politicizzare il dolore di una famiglia e perché abbia detto cose ripugnanti come “Eluana è in grado avere figli”, e perché i suoi senatori si siano scatenati in una canea al’insegna del “l’hanno ammazzata!”, è ben chiaro. Berlusconi, non sapendo ma volendo governare, ha paura di perdere tutto in una situazione di crisi, e cerca stavolta di volgere i suoi cavillosi giochi politici contro Napolitano che – sinora – è stato iperprotetto da pd, pdl e media, quasi fosse un “intoccabile”. Berlusconi, credo, lanciando questo campagna contro Napolitano, spera di forzarlo a lasciare il Quirinale, l’ultimo posto in cui può sperare di salvarsi dall’onda montante del collasso economico e dell’inevitabile malcontento popolare… Questo è relativamente ovvio, e non merita molte parole.
La cosa che non capisco, è perché la chiesa cattolica – il Vaticano – sia stato contrario a dar pace a un’anima tormentata. Eluana è morta 17 anni fa, ma la tecnologia ne ha tenuto il corpo in funzione. Questa tecnologia, secondo il pensiero cristiano, che mantiene i morti come fossero vivi, la tecnologia che funziona contro la volontà di dio, è chiaramente opera del diavolo. Com’è che la chiesa cristiana ha cominciato sostenere il diavolo?
11.26.08
Un perché infinito
Per qualche tempo la ricchezza può essere uno scopo, ma se non la si trasforma presto in uno strumento, come mostrano i geniali scrittori sovietici Arkadij e Boris Strugackij nel loro libro “Хищные вещи века” (purtroppo non tradotto in italiano, in inglese “The Final Circle of Paradise”), la società sarà predestinata a fallire, sarà maledetta.
Loro, tuttavia, dicono anche che in ogni popolo maledetto, prima o poi nasceranno bambini destinati a liberare tale società dalla maledizione.
Mi sembra che molti di noi, nei paesi occidentali, abbiamo dimenticato a cosa serva la ricchezza. Una volta la ricchezza si accumulava con estrema lentezza; per un singolo poteva essere uno scopo, per le famiglie, per le nazioni poteva invece essere un mezzo. Con l’industrialismo – e anche col capitalismo, direi – abbiamo accumulato la ricchezza in un lasso di tempo mai visto prima – e da poco abbiamo superato il punto in cui era necessario trasformare la ricchezza in mezzo.
Non uno scopo. Non più. Con risorse limitate non possiamo crescere illimitamente. I monetaristi tendono a credere nel moto perpetuo, cosa che è impossibile, come insegnano anche alla scuola materna.
Perché la ricchezza? Una volta le persone aspiravano alla ricchezza per creare una più grande giustizia, per essere liberi, per dare tempo a tutti per pensare, usare la fantasia, lavorare per migliorare qualcosa nel mondo, ricercare per voglia, scelta libera, non per la foia di creare nuova ricchezza, una ricerca che desse una vita migliore a tutti, alla società intera. Questa non significa che dobbiamo avere tutti la stessa idea di vita migliore, ma solo più ricerca, più soluzioni diverse, più modi diversi di essere felici ecc. E i cuori spezzati ci saranno sempre, anche in una società più giusta e bella, l’amore ci sarà sempre, le emozioni che non deve essere risolte, ma solo provate.
Basta con questa religione della crescita. Abbiamo già tutto per essere liberi. Dobbiamo usare questi mezzi per diventare liberi veramente. I fratelli Strugackij si chiedono: la ricchezza? Il divertimento? Ma cosa è successo all’essere umano? Ma non era proprio la nostra umanità lo scopo iniziale? La nostra fantasia, il nostro intelletto? L’abilità di pensare?
I dati mostrano che dopo un certo punto non esiste un legame tra ricchezza e sviluppo; crescita e sviluppo sono del resto concetti differenti. Perché per svilupparsi non basta la ricchezza, non basta avere un PIL più grande. Il PIL non è un valore in se, ha valore solo nelle mani degli esseri umani. Nelle teste degli esseri umani.
Alcuni dittatori asiatici mangiavano il cervello di scimmie vive – e alcuni turisti lo mangiano anche oggi – perchè non avevano niente di meglio da fare. Lo facevano per divertimento. Gli spettatori del “Grande fratello” non sono molto migliori. Il divertimento disgiunto dal pensiero: un divertimento che si prefigge proprio di non far pensare, questa è la maledizione di cui hanno parlato i fratelli Strugatskij nella società comunista degli anni sessanta.
Sarà il problema più grave della società capitalista degli anni duemila.
Ma non saremo noi, per caso, quei bambini nati per distruggere questa maledizione? Alcune volte, con i compagni dell’Onda, con i miei amici (anche di internet), mi sembra che sì, forse posso dire che sì, alcune volte, scoprendo idee come la teoria della decrescita economica, non mi sento più sola.
(Siamo millioni!!!)
Alcune altre volte sono disperata, e mi chiedo con Arkadij e Boris: ma l’umanità? Non ha più importanza?
C’è una cosa che possiamo fare tutti per cambiare il mondo. Non smettere mai di chiederci il perché delle cose.
Abbiamo la scelta di non essere ignoranti.
09.10.08
Andreotti, quando la politica italiana è chiaramente oscura
Dopo essere uscita dal cinema in cui avevo guardato il magnifico “Il Divo” del giovane registra Paolo Sorrentino, ero un poco sorpresa che questo film avesse vinto il premio al festival di Cannes. Ovviamente non perché il film fosse qualcosa di mediocre o modesto, ma perché è la storia di uno dei politici più potenti e discussi della cosiddetta Prima Repubblica, e dunque sopratutto mirato agli spettatori italiani, cioè a persone che conoscono già gli eventi importanti dell’epoca “andreottiana”.
Il film mostra in suo modo minimalistico che cosa stia succedendo dietro le quinte, ma i risultati degli intrighi politici – per esempio l’assassinio di Falcone - sono resi con allusioni simboliche (molte delle quali ovvie per gli italiani). Questo vero e proprio simbolismo, piuttosto difficile da capire per quelli che non si trovano a proprio agio con la storia italiana, è uno delle varie ricchezze del film. Il Divo non ripete le cose che tutti ormai sappiano bene: è un film che rispetta lo spettatore, e crede che noi non siamo ignoranti (anche nel senso che siamo in grado di andare a cercare a posteriori ogni eventuale elemento sconosciuto). Un simile approccio, peraltro, è sempre più raro nel cinema contemporaneo; per di più, tale simbolismo sottolinea anche il fatto importante che quegli eventi famosi non sono in realtà l’argomento principale del film.
Il simbolismo del gatto del Quirinale che guarda Andreotti, dello skateboard, dell’”ultima cena”, e l’ambientazione in una luce fioca in cui i contorni indicano l’essenziale, uniti all’ottimo lavoro del protagonista Toni Servillo (di cui abbiamo visto anche la parte molto interessante recitata in “Gomorra”, l’altro grande film italiano del 2008), aprono la strada all’idea prinicipale di questo capolavoro, cioè che chiaramente il pensiero e la pratica politica dell’onorevole Andreotti e dei suoi compagni di corrente non possono prescindere dai legami con la criminalità organizzata. Fatti assodati nelle corti, ma mai espressi in modo così chiaro e integro come fa il Divo, lasciando comunque ad Andreotti un certo grado di umanità.
Ma per le persone che non hanno vissuto in Italia o non hanno approfondito la storia politica italiana, tutto questo è quasi indecifrabile. Temo che il premio dei bravi e competenti giudici di Cannes, il Divo lo abbia ricevuto più per essere un film noir tecnicamente perfetto (che parla “anche” di qualcosa di importante), che non per essere un’analisi profonda di un fenomeno politico. A tale riguardo, comunque, il Divo meriterebbe di essere definito uno dei film più notevoli della sua epoca.
07.02.08
Metastasi della democrazia? Spero di sì
Nell’italiano corrente si usa, di tanto in tanto, la parola “metastasi” come sinonimo di cancro. Ma, in effetti, questo non è corretto. Wikipedia dice:
Per metàstasi (dal greco meta = al di là, e stasis = stato, posizione, quindi trasposizione, cambiamento di sede di una materia morbosa) si intende la disseminazione di un processo evolutivo dalla sua sede di origine ad altri organi dell’individuo. Le metastasi possono avere natura infettiva (dunque, metastasi settiche), ma più spesso con questo termine si indicano le metastasi tumorali: in questo caso, derivano dalla crescita di cellule tumorali individuabili da alcune caratteristiche tipiche del tessuto originario ma non del sito di impianto.
Le metastasi, insomma, danno al cancro la capacità di muoversi da una parte all’altra, e se una parte dell’organismo dovesse diventare inospitale per il cancro, le metastasi ne garantirebbero la sopravvivenza.
Ecco perché mi piace quello che ha detto Berlusconi, ossia che la magistratura è “una metastasi della democrazia”. Significa che la magistratura-metastasi garantisce la sopravvivenza della democrazia. Spero che questo sia vero, e che la democrazia italiana abbia la stessa vitalità del cancro, per non essere estinta da gente come i berlusconi e i veltroni (e da quegli altri che ben conosciamo).
04.19.08
L’isola che ci sarà
In principio era la terra. Nella terra vivevano le formiche e sulla terra i ricci. Dopo venne l’uomo, un contadino, e costruì una casa che si chiamava “Burella”, fatta di sassi, mattoni rossi e legno che la terra gli aveva regalato. Il contadino sorrideva alla terra – sempre – e cominciò a far crescere il grano. Le formiche ne erano molto felici, perché le radici del grano davano aria alla loro casa, il formicaio. Nella notte i ricci spigolavano nel grano, e scorrazzavano sulla strada che portava in direzione della città. Il contadino usava quella strada solo di tanto in tanto e cosi, qualche spiga cresceva anche là. Poi, il contadino costruì un’altra casa che si chiamava “Piccola”, per essere sicuro che anche i sui ragazzi ne avessero una. La gente in città cambiava, ma il contadino – lui o i suoi ragazzi, o i ragazzi dei suoi ragazzi – era sempre là. Uno di loro cambiò il grano con l’uva: le foglie rossoverdi sorridevano al sole ogni mattina di ottobre. Alle formiche, le radici della vigna piacevano come quelle del grano, e i ricci mangiavano alcuni grappoli, come i bambini che abitavano lì vicino. La terra respirava.
La gente in città, però, continuava a cambiare. Un giorno il contadino – o suo figlio, chissà – lasciò il posto maledicendo questa nuova gente. La Burella andò in rovina, la vigna non cresceva più, tutto si riempì di erbe selvatiche, di cardi campestri, di fiori gialli sconosciuti e di rovi. Sulla strada per la città cresceva ancora un po’ del grano che era caduto, negli anni, dalla carretta del contadino. Alle formiche, le radici dei cardi campestri andavano bene come quelle della vigna e i ricci, a volte, potevano mangiare le bucce di banana gettate da chi faceva merenda. Le nascondevano per poterle poi condividere quando la fame si faceva sentire. La terra respirava.
In quel momento arrivò la ‘ndrangheta. I cardi, i fiori e l’erba vennero distrutti e coperti con strane pietre che venivano da lontano, non più rosse. Edifici incomprensibili di cemento si innalzarono fino al cielo: i ricci fuggirono, e i giovani di città restarono senza posti per fare merenda, senza un posti per emozioni dolci e silenziose. La terra non vedeva o sentiva più niente.
Le formiche, comunque, restarono. Ancora oggi, corrodono e corrodono il cemento, milioni e milioni di formiche che scavano per avere aria pura per i loro piccoli. E un giorno, i figli del contadino – o i loro figli – i giovani di città – nuovi e vecchi – verranno in aiuto delle formiche, e cacceranno via la ‘ndrangheta e tutti quelli che l’hanno aiutata. E la terra respirerà ancora.
03.23.08
Cappuccetto Nero e il Trapassato
C’era una volta una giovane ragazza che si chiamava Cappuccetto Nero e viveva a Parma. Si dice che a Parma si possano incontrare facilmente persone che si atteggiano un po’ troppo, e perciò è un posto un po’ strano. Non so se questo sia vero, ma è più che certo che Cappuccetto Nero non era né altezzosa né insensibile. Era, invece, una bella ragazza molto gentile e dolce.
Un giorno, la nostra Cappucetto Nero camminava vicino al Teatro Regio: oggi come allora c’era un grande parco pubblico presso al magnifico teatro (esattamente dove, tanto tempo fa, si trovava il monastero di Sant’Alessandro).Tutto a un tratto Cappuccetto Nero vide – tra tutte le persone felici e serene – una creatura molto strana, ancor più strana di quanto i parmigiani già non siano. La creatura piangeva.
“Come mai piangi in una bella giornata come oggi?” Cappuccetto Nero domandò.
La creatura non rispose niente.
“Ehi, piccolina” disse Cappuccetto Nero “Chi sei? Cosa t’è successo?”
“Sono il Trapassato”, rispose quella tra i singhiozzi.
“Il Trapassato..? Trapassato prossimo? Oppure il Congiuntivo Trapassato?”
“Nooo!” urlò il Trapassato e ricominciò a piangere. Cappuccetto Nero la abbracciò.
“Sono… Sono.. il Trapassato! Il Trapassato e basta! Non sono qualche subordinata del Congiugntivo o.. o..”
“Ehi! Va be’, va be’, tutto bene, non piangere!” la consolò Cappuccetto Nero. “Sei un bellissimo Trapassato, in un bel piazzale, in una bella giornata. Sorridi, nessuno ti farà del male”.
“Ma gli altri tempi non mi vogliono nel Libro di Grammatica, non vogliono il Trapassato e basta”.
“Embè?! E chi vorrebbe mai abitare nel Libro di Grammatica? Ho sempre pensato che fosse noioso, no? Dai, andiamo a vivere nel Libro delle Fiabe! È un posto veramente bello e interessante!”
Il Trapassato smise di piangere e guardò Cappuccetto Nero con gli occhi sgranati, e poi sorrise. Andarono a casa insieme e, anche oggi, vivono in un grande libro a colori di fiabe – e lì vivranno per sempre felici e contenti.
03.09.08
Dei proverbi
“Peccato confessato è mezzo perdonato” è un esempio di buona idea sorta dalla cultura cattolica in Italia. Questo proverbio dice che si deve sempre dire quando si è fatto qualcosa di male; un concezione che ha molti corollari, e che fa bene alla società. A volte, per esempio, è possibile correggere le cattive azioni: ma per correggere qualcosa se ne deve conoscere l’esistenza. Ovviamente, alcune cose sono irreversibili, ma anche in questo caso si possono compensare le vittime delle cattive azioni – a patto che si sappia del problema. Parlando di problemi, possiamo imbatterci anche in un altro proverbio, “errare humanum est”; poiché tutti fanno sbagli, non dobbiamo punirci con troppa severità. Questa convinzione è molto importante per la società: se tutti sbagliano, significa che i politici, gli scienziati, gli artigiani ecc, a volte fanno cose sbagliate. In questo caso è ovvio che in un certo senso siamo tutti uguali, che nessuna persona ha meriti tali da giustificare la sua appartenenza alla “élite” in quanto migliore delle persone “comuni”. Ovviamente alcuni sanno di più di certe cose, ma questa non significa che sono persone “superiori”. Nei paesi cattolici non si sente mai dire che i politici o i ricchi siano migliori perché sono “politici” o “ricchi”, tutti sanno che questa posizione è soltanto una posizione, e non rende, per ciò stesso, qualcuno più onesto o infallibile; tutti sanno che la scienza e l’arte sono proprietà di tutti. Non è un miracolo che la Rivoluzione francese sia avvenuta in Francia e non in Inghilterra, perché anche le idee di uguaglianza sono nate in una cultura non ipocrita, dove la gente parla. Anche dei peccati.
11.24.07
Il mio posto preferito per un caffè?
Nel buio dei pomeriggi autunnali la luce gialloarancione entra dalla finestra. La maniglia metallica della porta, un po’ umida, accanto a cui c’è una vecchia etichetta di conversione tra euro e lire. Entrando alzo la testa e l’uomo al banco diventa un po’ orgoglioso, come sempre se qualcuno visita il suo bar; qualche volta sorride, abitualmente soltanto con gli occhi. Due passi fino al banco nell’odore del caffè macinato, del vapore, delle stoffe dei vestiti degli altri ospiti, del pavimento; inconsciamente faccio un respiro profondo per non perdere niente di questa miscela di odori conosciuti.
“Un caffè, per cortesia”
L’uomo al banco forse dice qualcosa, ma non importa, perché lui non può dire nient’altro che essere felice di farlo. Comincia il clic-clac-brrrr della macchina del caffé; con un movimento speciale, di cui si riconosce che è italiano, il piattino bianco emerge sul banco, il cucchiaino lo accompagna subito.
“Prego”
Il caffè, scuro, profumato e caldo. Lo bevo, sempre con la stessa velocità – con tre-quattro sorsi – nella stessa posa, lasciando la fine nella tazza. Qualche volta guardo i giornali, qualche volta parlo con gli altri, e poi pago ed esco nelle tenebre che sembrano ora più ospitali.