luglio 10, 2009

Senza i grandi poteri

Posted in politica, società tagged , a 10:56 am di Sognatrice

L’idea di un mondo senza frontiere sembra cosi bella, giusta e in linea con i diritti umani che non è sorprendente che abbia sostenitori che vanno dalla sinistra comunista alla destra liberista. Per me, però, ci sono vari problemi che mi spingono a essere riluttante nell’accettare questa soluzione nel mondo contemporaneo in cui ci è dato vivere.

Una delle principali argomentazioni di chi sostiene l’abolizione delle frontiere è di solito quella secondo la quale il territorio sarebbe un fattore arbitrario, e non ci sarebbero giustificazioni per preferire quelli che vivono già in qualche posto rispetto a quelli che non sono ancora lì.

È, questa, una posizione molto valida se parliamo, per esempio, dei diritti umani, che non sono legati al luogo o alla classe sociale, ma al semplice fatto di essere un “essere umano”, con il conseguente dovere della loro accettazione e difesa, da parte delle altre persone o delle comunità, a prescindere da ogni altra caratteristica individuale. Questa posizione, peraltro, è ampiamente accettata nell’ambito internazionale, almeno a partire dalla Seconda guerra mondiale, dopo una prima parte del secolo scorso caratterizzato dal nazifascismo, dal genocidio degli armeni ecc.

Ma ci sono diritti o interessi legati alle risorse locali. Se affermiamo che tutti hanno lo stesso diritto di usare qualsiasi pezzo di terra per i propri scopi, dobbiamo affermare il diritto degli Stati Uniti a costruire una base militare a Vicenza, nonostante la volontà contraria dei locali. Come decidere su questo conflitto? Chiedere a tutto il mondo di votare sulla base di Vicenza? Ovviamente non è possibile, tecnicamente e praticamente (se si dovesse decidere ogni contenzioso in tal modo, si avrebbero molte votazioni al secondo). Consentire ai cittadini degli Stati uniti e dell’Italia di votare sulla questione delle basi? Questo solleverebbe problemi in termini di imparzialità e disponibilità delle informazioni, di conteggio dei voti ecc. Se infatti tutti i voti avessero lo stesso peso, sarebbero di fatto i soli statunitensi a decidere, e il voto degli italiani sarebbe inutile, mentre se si introducesse l’obbligo di ottenere la maggioranza in entrambi i paesi, si concederebbe di fatto il potere di veto agli italiani, e il voto degli statunitensi sarebbe inutile. Se si restringesse il voto a quelli che vivono a Vicenza o in Italia – avendo, al contempo, frontiere totalmente aperte – non si potrebbe escludere in teoria l’ipotesi di un massiccio afflusso di votanti dall’estero, in grado di cambiare il segno del voto. Certo, è improbabile che decine di migliaia di persone si spostino per decidere su una simile questione, ma che dire di altre questioni? Se si dovesse decidere dell’assegnazione di appalti petroliferi? O se fossero in gioco altri interessi economici o sociali di grande rilevanza? Se, infine, accettassimo che si debba aver vissuto a Vicenza per un dato periodo di tempo per aver diritto al voto, avremmo allora una distinzione tra locali e non-locali.

Se cancelliamo le frontiere in quanto tali, la missione degli Stati uniti in Iraq diventa giustificabile sulla base degli interessi degli Stati Uniti o, più precisamente, degli interessi di qualche gruppo di persone all’interno degli Stati Uniti.

Questa logica non farebbe altro che portarci indietro, verso un sistema internazionale in cui dimensioni e potere in quanto tale sono la base di ogni argomentazione, con la conseguente fine di ogni idea e possibilità di protezione per le minoranze, o per i piccoli stati e/o popoli, e in cui l’ultima decisione è basata sulle armi o sulla ricchezza. Spesso si tende a dimenticare che le frontiere sono, di fatto, l’unica ragione per cui, almeno in certi ambiti, Andorra possa godere degli stessi privilegi e della stessa considerazione degli Stati Uniti, per esempio. Facendo un paragone con la nostra vita di tutti i giorni, è un po’ quel che succede con gli appellativi. Certo, quando diciamo “signor” Rossi, usiamo un relitto del passato, un appellativo che discende dal mondo delle parrucche incipriate, o peggio dalla società servile dell’antichità. Eppure, il solo momento in cui il signor Rossi e il signor Agnelli sono uguali, è proprio nel fatto che ci si rivolge a entrambi dicendo “signore”. Anche se sappiamo bene che i potenti amano essere definiti “Avvocato”, “Cavaliere”, “Presidente” ecc. Bene, si fanno definire così proprio perché sanno che oggi, “signore” non basta più. Una volta, nessun funzionario pubblico si sarebbe rivolto a un contadino chiamandolo “signore”. Adesso sì. Questo appellativo muffito, allora, diventa un simbolo di dignità, esattamente come la camicia bianca e la cravatta – così “borghesi” – che il famoso operaio di Mirafiori di cui parlava Bertinotti indossava ogni giorno, per dimostrare al suo capo che anche lui era un “signore”, e che gli era dovuto rispetto. Ecco allora, che i picchetti d’onore scattano sull’attenti sia che venga issata la Stars&Stripes, sia che venga issato il vessillo di San Marino. Niente frontiere niente status per i piccoli stati; ma si può essere certi che quelli grandi, invece, troverebbero il modo di sopravvivere, magari non più come Usa, ma come Bushistan magari, o Berluscolandia. Siamo sicuri che sia meglio? Nel mondo attuale, in cui le risorse non sono distribuite in modo eguale, i poteri ci sono: abolire le frontiere significherebbe dare via libera a quelli più ricchi, più potenti, stati o meno. Torneremmo esattamente in quell’era che abbiamo voluto cancellare, il terrore senza limiti degli anni trenta.

Per evitare questo, mi sembra che sia necessario abbandonare l’idea di abolire le frontiere, almeno finché vi siano disuguaglianze rilevanti in termini di potere e risorse. Più riconosciamo il diritto delle piccole comunità a decidere sulle proprie cose – in un approccio di sussidiarietà diplomatica – più abbiamo agenti internazionali che entrano nel mondo chiuso della diplomazia, più è possibile creare una rete tra quei soggetti che, adesso, sono lasciati ai margini delle relazioni internazionali. O molte reti diverse. L’unità d’Italia e l’idea iniziale della Comunità Europea sono, in un certo senso, il risultato di un simile tipo di reti…

E forse, quando avremo creato questa specie di rete partendo magari dai rapporti economici – una rete in cui esiste sì dipendenza, ma su un piano di parità formale – riusciremo anche a dar vita a un mondo in cui le frontiere non siano più politiche ma amministrative, in cui ogni posto del pianeta sia vivibile.

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