marzo 12, 2012

Della cittadinanza

Posted in politica tagged , , , , a 3:00 pm di Oudekki

…un figlio non nasce suddito di nessun paese e di nessun governo. Egli sottostà alla tutela e all’autorità del padre sino a che non giunga all’età del discernimento, e allora è un uomo libero, con la libertà di sottoporsi al governo che vuole, di unirsi al corpo politico che vuole…

Cosi ha scritto John Locke, il filosofo inglese autore della teoria secondo quale lo stato è un contratto tra uomini, nati liberi ed eguali, per proteggere certi diritti. Possiamo discutere sulle origini di quei diritti e sulla loro natura, ma l’idea che lo stato sia un semplice “contratto” descrive anche il mondo attuale.

La questione dell’appartenenza dei figli nati in un paese di cui i genitori non siano cittadini – il nostro mondo è fatto ormai da cittadini, non da sudditi – non ha trovato una risposta condivisa, neanche nei paesi democratici. Ci sono diverse ragioni storiche che hanno spinto vari paesi a scegliere una soluzione o un’altra (lo ius soli per attirare immigrati che combattessero per il paese come nella Francia, o lo ius sanguinis per tener fuori i lavoratori agricoli stagionali come in Germania di fine Ottocento), ma non c’è una motivazione logica che convinca tutti.

In questa disputa io, comunque, sto con Locke, perché condivido l’idea che i genitori abbiano certi doveri verso i figli finché questi non siano maggiorenni e possano quindi decidere su sé stessi in modo libero. E credo anche nell’esistenza di innati sentimenti di solidarietà tra figli e genitori (con le ovvie, tristi eccezioni che, però, esulano da questa discussione). E che, quindi, dare la cittadinanza a figli minorenni ma non ai loro genitori sia non solo illogico, ma persino crudele. “Si, mio figlio può rimanere” mi ha detto un’immigrata negli Stati uniti, noto per l’applicazione dello ius soli, “ma io sto per essere espulsa. Lui, a 21 anni, potrà farmi diventare cittadina, se lo vorrà, ma sino ad allora sarò senza alcun diritto negli Stati Uniti”. La cittadinanza, grosso modo, ha due importanti implicazioni: il diritto politico di eleggere ed essere eletti, e il diritto di restare nel paese. Un minorenne, cittadino o no, non ha diritti politici, ed è ragionevole ipotizzare che, qualora i genitori fossero espulsi o decidessero di propria volontà di lasciare il paese, li dovrebbe seguire potendo, semmai, fare rientro al raggiungimento della maggiore età.

C’è dunque un chiaro problema da risolvere: se ammettiamo che sia giusto che il figlio abbia la cittadinanza dei genitori (ius sanguinis), ma vogliamo allo stesso tempo consentirgli, come persona, di poter sottoscrivere un nuovo contratto sociale col suo paese di elezione, non dobbiamo considerare anche lo ius soli? Credo che questa ipotesi, ossia la compresenza dei due principi, sia effettivamente la risposta più corretta. Nel nostro esempio, insomma, una persona nata e cresciuta in un paese diverso da quello di cittadinanza dei propri genitori dovrebbe, al raggiungimento della maggiore età, poter optare per una delle due cittadinanze o, anche, ottenerle entrambe. In tal modo si rispetterebbero sia le tradizioni familiari, sia la libertà di scelta del singolo. Certo, “nata e cresciuta” è definizione che, a sua volta, può prestare il fianco a interpretazioni nebulose e scivolose, ma si potrebbe liberare il campo da tali ambiguità stabilendo che “cresciuta” significa che la persona ha fatto le scuole dell’obbligo nel paese che gli offrirà la cittadinanza.

Se adesso torniamo alla legge italiana, si vedrà che non si è detto proprio nulla che non sia già in vigore. La cittadinanza italiana, infatti, può essere concessa (tra gli altri casi) “allo straniero che risiede legalmente da almeno 10 anni nel territorio italiano” e “allo straniero nato in Italia, che vi abbia risieduto legalmente senza interruzioni fino al raggiungimento della maggiore età, se dichiara di voler acquistare la cittadinanza italiana entro un anno dalla suddetta data”. E allora, non resta che dar ragione a Beppe Grillo quando dice che la discussione sulla cittadinanza di chi nasce in Italia serve solo a “distrarre gli italiani dai problemi reali per trasformarli in tifosi”.

I veri problemi in tema di immigrazione non sono le norme sulla cittadinanza, ma la mancanza di ragionevoli regolamentazioni sugli ingressi (chi e come possa entrare regolarmente) e sul mercato del lavoro (tutela di lavoratori). Grazie alla cecità (interessata) in quelli ambiti, in Italia ci sono milioni di persone in stato di precarietà, sfruttati, con nessun diritto, pagati il tanto che basta per un letto, ma non una stanza, che devono sobbarcarsi turni di 18 o, talvolta, di 30 ore. E, di conseguenza, anche i figli vivono in simili vergognose condizioni, e la cittadinanza non cambierebbe questo stato di cose di una virgola. Ci si deve impegnare contro questo stato di cose, e non dare la cittadinanza a minorenni, cosa che non aiuterebbe né i genitori, né i nuovi arrivati. Finché tolleriamo il lavoro sottopagato (o di fatto “non pagato”) e svolto in condizioni subumane (che gli italiani – e anche molti immigrati, e certamente i loro figli cresciuti qua – giustamente rifiutano) ci saranno sempre soggetti deboli, sfruttati e senza diritti, e ci sarà sempre una costante richiesta di  nuovi ingressi per rimpiazzare, appunto, quelli “per dignitate fanno il gran rifiuto”…

E’ di questo che si dovrebbe parlare. E agire. E il problema dei “diritti dei bimbi” – come dicono col loro gergo peloso i tartufi politicamente corretti – si risolverà da sé.