maggio 2, 2015

Quello primo maggio

Posted in politica tagged , , , , , a 12:11 pm di Sognatrice

C’era una manifestazione a Roma quattro anni fa. Siamo arrivati da Bologna col treno di notte, stanchi, un po’ felici, un po’ preocuppati. Felici perche’ ci sentivamo insieme, che abbiamo visto che non siamo soli con i nostri problemi. Preoccupati per gli stessi problemi. Per il fatto che viviamo in un mondo dove lo stesso lavoro è diventato una risorsa rara.

Ricordo bene il momento quando ci siamo visti con tutti gli altri manifestanti a piazza della Repubblica. Come la felicità cambiasse per la sensazione di agitazione e rabbia. Perché era la rabbia che ci teneva insieme. La rabbia per un mondo dove l’elite aveva rubato il nostro futuro, la nostra dignità, i nostri diritti. Non voleva troppo tempo prima che qualcuno desse fuoco alla prima automobile. È finita in guerriglia urbana, o come lo chiamano.

Si, c’erano pochi violenti, nel senso di fare atti di violenza. Ma io non ricordo nessuno dei manifestanti dire „basta, non lo facciamo“ – come ho sentito (e come ho detto) in altri manifestazioni. Perché eravamo arrabbiati tutti. Figli della stessa rabbia.

Ricordo anche che il giorno dopo i media, social o no, hanno cominciato a cancellare questa verità che ho visto in quella manifestazione. Da destra intervenivano i violenti da divano, raccontando la solita storia „anarchici violenti“, „black bloc stranieri“, „manganellateli, carcerateli, piu’ severita’“. Da sinistra, la solita storia dei nonviolentisti „grande massa pacifica“, „infiltrati dal governo che vuole oscurare chi manifesta pacificamente“, „centinaia di persone che sono estranee alla protesta legittima“, tutto per negare la rabbia collettiva che c’era in piazza.

Io, il primo maggio a Milano non c’ero, perche’ sono all’estero. Ma quello che ho sentito dai miei amici, compagni, quello che ho visto dal video (per esempio qua), mi racconta la stessa storia di Roma quattro anni fa. Solo che adesso la situazione è ancora peggiore. Perché allora, anche se il lavoro era una risorsa rara, almeno quando uno ce l’aveva, aveva anche i diritti e la dignita’. Adesso, dopo il jobs act (chiamarlo in inglese è giusto, mostra come sia estranea questa legge alla realta’ italiana, fondata sul lavoro), dopo la cancellazione dell’articolo 18, non abbiamo più nemmeno quelli.

Giusto che ci sia rabbia.

La tristezza è che la rabbia si sia manifestata pubblicamente solo ieri e solo in modo simbolico. „C’è chi è contro“ diceva la piazza ieri. „Siamo pronti a tutto“ diceva la piazza. „Non siamo ignoranti, non siamo apolitici“. Dopo andiamo a casa e nel caso migliore non succede niente. Nel caso peggiore i violenti da divano vincono un alto metro e protestare diventa ancora piu’ difficile.

Questa rabbia doverebbe essere organizzata. Questa rabbia avremmo dovuto usarla mentre ci si preparava per l’EXPO, mentre si devastava la campagna milanese con strade inutili, mentre non si rispettavano le regole di sicurezza, non si pagavano i lavoratori, si davano soldi pubblici alla ‘ndrangheta. Questa rabbia avrebbe dovuto fermare i cantieri. Le persone che erano ieri in strada avrebbero potuto incatenarsi alle recinzioni dei cantieri mafiosi. Bloccare le strade. Non lasciar passare nessuno che volesse devastare il paese col cemento o con condizioni di lavoro indegne. Prendendo buon esempio dai valsusini, che esattamente cosi hanno cercato di proteggere la loro valle.

Perché non lo facciamo? Perché si vuole un’organizazzione politica nazionale che racconti e organizzi questa rabbia. Che porti avanti le voci degli arrabbiati. Che dica „no“ al neoliberismo di Bruxelles e Washington. Che prende finalmente in mano la carta dove e’ scritto „Costituzione Italiana“ e cominci a farla diventare realta’. Che non abbia paura.

Ma per fare nascere questa organizzazione (o per fare svegliare i 5 Stelle, che potevano essere proprio questa cosa), si deve cominciare a raccontare l’ira di tutti. Non sminuirla in „centinaia di violenti“. Invece di discutere la natura degli atti violenti o se c’erano anche quelli che pensavano che fosse un gioco o dei black bloc o di quanti fossero i manifestanti pacifici, si deve cominciare a spiegare perché la rabbia non muore ma cresce.

Con o senza mattoni in mano, siamo tutti lo stesso coinvolti.

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