aprile 20, 2011

Habemus… ?

Posted in film tagged , a 12:04 pm di Sognatrice

Durante il film pensavo che pur essendo geniale a capire i sentimenti umani, geniale a essere capace di mostrare le emozioni piu’ nascoste dentro di noi in modo semplice, commovente, bello, un po’ ironico e serio, Nanni Moretti abbia perso l’agilità riguardo alla vita politica italiana che aveva alla fine degli anni settanta e negli anni ottanta. Avevo sbagliato. Questo film va guardato e va guardato fino all’ultimo momento, perché è il finale a renderlo significativo, a mettere insieme tutti i pezzi, anche quelli più estranei, che sembrano capitati nel film sbagliato.

Non è un film sul Vaticano. Non riguarda la Chiesa, nonostate le somiglianze tra il papa neoeletto del film e un certo papa reale. C’è forse un solo episodio davvero sulla Chiesa, dove lo psicanalista sta recitando la bibbia e i cardianali sono apparentemente annoiati. Ma lasciamo stare questo vecchio libro, sappiamo tutti che è solo un teatro, un atto, che stiamo recitando, che veramente quel che conta è solo il potere (e forse un’altro episodio minimalistico, la battuta di non chiedere certe cose dell’infanzia di uno che l’ha passata dentro le mura della chiesa cattolica).

Nanni Moretti parla della politica italiana, ma non tanto della politica dei partiti – così estranea alla realtà come sono i cardinali quando devono eleggere il nuovo papa -, ma di quella politica vera, fatto sulle piazze. E parla degli uomini vecchi. Parla di una generazione (di cui è uno dei più giovani). Parla con la voce di una generazione che è ormai invecchiata, più o meno. Da’ le stesse emozioni il concerto di Francesco Guccini in cui sono stata una settimana fa; anche lui parlava degli amici, del passato, in modo un po’ amaro. Non c’entra la fede, c’entra un uomo che non può riposare, ma non ha (più) la forza.

Moretti ha capito molto bene l’altra realtà della politica italiana – adesso, e forse non solo adesso. Che ora più che mai abbiamo bisogno dei grandi cambiamenti. Che abbiamo bisogno di un leader. Che c’è il popolo, molto diverso ma interessato, non ignorante, comunque. E che aspetta, sulle piazze, di fronte alla televisione, andando al lavoro. Aspetta e, nonostante i tempi duri, riesce ad essere normale. Ci sono le persone che aiutano gli altri, perché si fa così. E ci sono anche le persone che sono troppo stanche, perché c’è sempre qualcuno che vuole qualcosa e in cambio non ti danno mai niente. Ma ciò che manca è il leader, e chi potrebbe esserlo rigetta la risponsabilità o non capisce che farlo sarebbe il suo compito. Quante occasioni ci sono state, negli ultimi anni, di cambiare veramente qualcosa: Beppe Grillo, che rifiuta di fare politica in prima persona, il No Berlusconi Day, che ha creato speranza ma non ha portato a niente di significativo, persino Fini – anche se lui, chiaramente, non  è un politico “da piazza” o “nostro” – che poteva cambiare qualcosa, ma ha perso il momento o ha avuto paura. Si continua ad aspettare, e dev’essere qualcun’altro a prendersi questa responsabilità. Oggi come oggi, si può solo guardare il calcio e ad ascoltare intellettuali finti.

“Sono il più bravo? Me lo dicono tutti,” dice il personaggio di Nanni Moretti nel film. Si può guardare come uno che applauda se stesso o come un’autocritica, ma si può guardare anche come una domanda di un’intera generazione, del passato, però. Quelli che sono stati in prima fila trent’anni fa, che hanno già fatto le cose che dovevano fare. Alla fine la solitudine, la vita passata e il futuro nebbioso e un pochino inesistente, rafforzato da questa grande solitudine e dalla miscela di miseria e ironia tipica del popolo russo, tramite frasi da Gabbiano di Cechov. Forse esattamente quelle scene sono la chiave per capire il film, per allontarsi dai problemi della Chiesa e vederlo come una metafora, quelle che danno la cornice emotiva. E la musica di Arvo Pärt, un’altro uomo vecchio…

Dopo il concerto di Guccini mi sono chiesta: ma dove sono i cantautori della mia generazione, cantautori del suo livello? Sì, uno o due si trovano quando si comincia a pensare, ma non è la stessa cosa dei meravigliosi anni settanta a qui molti guardano per ritrovare il senso, la lezione, la spinta… E le persone allora importanti stanno invecchiando, se ne stanno andando: sono ancora importantissime, ma non sono loro a poter fare il cambiamento. Dobbiamo farlo noi, che siamo figli di questa epoca. Ovvio, si deve ricercare unità con le generazioni passate, si deve ricordare e imparare, si deve agire insieme, giovani e vecchi (come al concerto di Guccini, dove c’erano persone di tutte le età e anche al cinema a vedere il film…) ma la spinta deve venire dalle nuove generazioni, è nostra la responsabilità adesso. Chi sono quelli tra noi, adesso, che saranno stimati dai nostri figli e nipoti? Quale regista adesso trentenne sarà apprezzato da loro?

E finché restiamo ad aspettare, L’Italia va avati come un grande Vaticano dove i cardinali giocano a carte e a pallavolo, dove gli psicanalisti cercano di ridurre tutto ai primi mesi dell’infanzia, dove le persone comuni si siedono in piazza non facendo niente eccetera eccetera eccetera. Ma sono sicura che abbiamo veramente la forza per cambiare le cose. L’ho visto tante volte, durante la manifestazione della FIOM dell’ottobre 2010, durante la stessa NBD del dicembre 2009, durante la manifestazione degli studenti del novembre 2008… Parlando con la gente dalle diverse città, che fa i lavori piu’ diversi, che ha livelli di istruzione diversi, ho sentito le stesse parole, la stessa voglia di cambiare qualcosa. Cambiare veramente il mondo. Solo che non c’è nessuna rete che ci unisca, non c’è nessuno che pronuncia queste parole dal palcoscenico, dalle piazze, …. Dobbiamo avere un leader per riuscire veramente a fare qualcosa. E bisogna che la nostra arte, i nostri film, i nostri cantautori parlino, quelli veri (per favore, possiamo fare meglio di Saviano, no?). Con umiltà verso il passato, ma questa è, ancora una volta, ovvio.

A proposito: Guccini era più ottimistico di Moretti. Più forte. Perché lui vedeva e sentiva tutti noi dal vivo, di tutte le generazioni, in piedi, a cantare tutte le canzoni con lo stesso spirito. Moretti non ha questa fortuna di sentire il suo pubblico allo stesso modo, questa sensazione che certi valori vivono e che c’è una via per noi, una via in avanti.

La forza di cambiare veramente la vita. Il mondo. Il nostro paese.

Quella forza enorme, ovviamente, mancava nel film di Moretti: e per questo può sembrare anche un po’ come il solito film reazionario fatto dai circoli “de sinistra” alla romana (non posso che non mettere le virgolette, perché non sono veramente di sinistra, anche se sono convinti del contrario, alienati come sono), che non sanno niente dalla vita reale, che vedono i loro bambini in macchina mentre li portano a scuola e, nel tempo libero, vanno dagli psicanalisti. Tipo “La bellezza del somaro”, ricordate (se no, beati voi)..? Ma non lo è per niente, Habemus Papam. Non solo per la bellezza delle riprese, per l’estetica meravigliosa, per i riferimenti culturali; principalmente non lo è per la grande umanità di Moretti. Il personaggio del papa, interpretato in modo semplice e profondo da Michel Piccoli, è il personaggio di un uomo stanco, che ha fatto anche bene nella sua vita, e che vuole solo riposare. Che non è dio, che non è saggio in tutte le sue risposte. Che vuole solo sedersi alla mattina fuori da un bar, prendere il suo prosecco e guardare. Chiacchierare un po’. Non più lottare. Non più conquistare un’altra cima della carriera. Abbiamo diritto a un po’ di pace nella nostra vita? Possiamo essere un po’ lenti, facilmente irritati, non così svegli, anche se non stupidi per niente? Ed essere trattati come persone normali… Quindi, non solo la tristezza della vita politica… Anche la cultura che non vede il tempo libero come un valore. Il tempo per i pensieri. Per stare un po’ soli. Un po’ lenti, e non solo da vecchi, perché si vede meglio quando si va più lenti e si lavora meno. Ce lo diceva già Bruno Lauzi con la sua bella tartaruga.

Stimo tantissimo le persone che riescono a rinunciare al potere, a vedere che non sono adeguate: sono molto più forti di coloro che lo subiscono, il peso del potere. Ma in alcune situazioni storiche non abbiamo scelta: forse esattamente quelli che rinunciano al potere sono quelli che adesso lo devono prendere.

Fortuna che, nonostante tutto, l’Italia non è la Chiesa e non è il Vaticano. Perché non dobbiamo aspettare che siano i cardinali a scegliere il nuovo leader e vedere se va bene o no. Abbiamo la possibilità di crearne uno – tanti – tra noi stessi.

E proprio questo, per me, era il messaggio principale del film “Habemus Papam” di Nanni Moretti (e forse lui non è cosi vecchio come sembra…)

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agosto 28, 2010

C’è solo la strada su cui puoi contare

Posted in film tagged , , a 3:08 pm di Sognatrice

Avevo meno di dieci anni quando ho visto i film di Fellini per la prima volta. C’era un festival di Fellini nella mia città e mia madre mi ha detto: “devi andare. sono tutti capolavori e forse non avrai mai piu’ nella tua vita un’occasione cosi”. Sono andata – ed ero felice. Ricordo anche la sensazione di noia nel cinema – ero ragazzina – ma quando sono uscita sapevo sempre che mia madre aveva avuto ragione: avevo visto un capolavoro, qualcosa di geniale, ero colpita dal film…

Ma su una cosa mia madre aveva sbagliato. nella mia vita si è ripresentata la possibilità di vedere tutti i film piu’ importanti di Fellini: proprio quest’estate il festival annuale di Bologna “Sotto le stelle del cinema” era dedicato a Fellini. E adesso la noia non c’è piu’ – e le emozioni sono piu’ forti. Perché adesso capisco i film in modo completo, non solo con la parte estetica della mia mente, non solo con le emozioni, ma ance in modo razionale, vedo anche la critica e la rappresentazione della società italiana… Ed anche la scala delle mie emozioni è forse piu’ ampia. No, non piu’ ampia, piu’ forte. Perché so che tutti quei sentimenti erano già in me, erano anche nella ragazza di otto anni, ma adesso li sento molto piu’ forti, e adesso conosco persino il nome di queste emozioni…

E sono ancora piu’ sicura che il mio film preferito di Fellini – e non solo di Fellini – è “La Strada”, un film sulla solitudine. Gli altri film di Fellini sono centrati molto sulla società, alcuni forse non possono nemmeno essere compresi pienamente se non si è vissuto nella società italiana, ma in questo la società è solo sullo sfondo, il film è centrato sull’essere umano. La realtà italiana del dopoguerra è compatibile con quella di tantissimi altri posti nel modo: questa storia avrebbe potuto succedere anche in altri ambiti, altri tempi, anche adesso, non è una cosa che nasce solo là, in date condizioni.

La Strada è un film su quelli che non riescono a trovare il modo di “appartenere”. Alcuni hanno fatto una religione del “non fare parte”, come le suore che spiegano “anche noi viaggiamo. Se una persona sta troppo lungo in un posto comincia ad amare questo posto, diventa legato e cosi puo’ dimenticare quel che è piu’ importante: cioè seguire dio”. Alcuni cercano di nasconderlo, di non pensarci nemmeno: non ho bisogno di nessuno – dice il protagonista maschile Zampanò… E seppellisce la sua solitudine dentro di sè, molto nascosta, e la maschera con la rabbia, con la forza… E quando vede qualcuno che fa sempre ridere gli altri, che riesce a fare amicizia con tutti, che riesce a ridere anche di sè stesso, sente rabbia, una rabbia mortale.

Ma solitudine piu’ commovente è quella della tenerezza. Della ragazza che si è sempre definita “diverso”, che è sempre stata da sola… Imprevedibilmente le viene offerto un lavoro – ovviamente, la sua diversità ha costretto la famiglia a non far lavorare la ragazza – e l’ abitudine, quasi la contentezza della vita quotidiana è distrutto… Gelsomina comincia a sperare che anche lei, forse, puo’ entrare nella società, essere utile. Un lavoro di attrice, meraviglioso, cercando di imitare le emozioni “giuste”, “codificate” per certe situazioni. Perché, anche lei, adesso, “fa parte”.

Ma invece no. Invece è lasciata da sola sulla strada ad aspettare che Zampanò torni dopo essersene andato via con il vino e una donna… Non è la gelosia a renderla triste, sono le speranze fallite di appartenere a qualche posto che le fanno piangere. E che faceva piangere anche me: in questo momento si capisce quanto sia seria, e quanto sia umana… Come in tutti noi viva quella ragazza, quella che vuole stare con gli altri, perche siamo cosi, noi umani. Ma siamo anche cosà, che alcune volte non vediamo la tristezza e le aspirazioni di quelli che ci sono vicini, alcune volte, perché c’è la nostra voglia di appartenere ed è cosi facile dimenticare che per gli altri è lo stesso. “Ho piantato i pomodori” dice Gelsomina con felicità la mattina dopo quando ha ritrovato Zampanò. “Ho trovato i semi e li ho piantati”. Esattamente quello che avrei fato anch’io in quel momento. Perché anche da soli si possono fare tante cose belle, far crescere le piante, parlare con le formiche e dargli pezzetini di zucchero. Perché il mondo è grande e colorato, nonostante tutto.

Vanno avanti a lavorare insieme, ma Zampanò non la vede mai – e Gelsomina scappa. Non è triste perché è innamorata, scappa per il dolore di non essere trattata come un essere umano. Uno come gli altri. Alla pari con Zampanò. Ma lui… Lui vede questa tenerezza, questa modo di essere felice e triste allo stesso tempo, e ha paura: tutto questo fa strada a quei sentimenti, a quei pensieri che ha nascosto dentro di sè per poter esistere da solo. E lo rende piu’ arrabbiato sentir crollare il proprio mondo. Ma, allo stesso tempo, non riesce a lasciare la ragazza, perché ha bisogno anche lui di qualcuno. Se non ci sta lei con lui chi ci sta?

Quel piccolo momento in cui Gelsomina percorre la strada da sola, ed è tanto felice, è forse il momento piu’ bello della sua vita. Si puo’ trovare il mondo anche da soli. Forse lei avrebbe trovato quel mondo che le appartiene, creato e scelto da lei, se non fosse che Zampanò non puo’ stare da solo. E in un certo momento Gelsomina lo capisce: dando voce a tutto cio’ che la fa stare male, che la fa piangere. Anche cosi’ lei ha un futuro. In ogni situazione si puo’ trovare un modo per essere felici, per creare il proprio mondo. Ma lei capisce la solitudine immensa e dolorosa di Zampanò… E da questo momento è lei la parte piu’ forte, la parte che mantiene l’etica e l’umanità, non permette all’altro di fare male a quelli che ci vogliono bene, che lo costringe a pensare al mondo. Forse la ragazza avrebbe cambiato il mondo anche per lui, facendo piano piano buchi nel suo muro di rabbia, ma loro il tempo non l’hanno. Zampanò non riesce a controllare la sua rabbia e la sua forza e inavvertitamente uccide un uomo.

Questa distrugge l’ultima speranza di Gelsomina di “essere normale”, e cade a pezzi… Stavolta Zampanò lo capisce, e cerca far di tutto per cambiare la situazione, ma è troppo tardi. Forse con anni e anni sarebbe passato questo dolore, ma Zampanò capisce che è colpa sua, che quella ragazza cosi dolce, anche se un po’ diversa, ha perso tutto. E che c’è niente che lui possa fare per cambiarlo. E non avendo la forza morale di restare in questa situazione, scappa. Prende la sua decisione, che sarebbe stato giusta molto prima, quando era lei a volersene andare. Nelle nuove condizioni è la cosa piu’ sbagliata possibile. Adesso che Gelsomina non vede piu’ la possibilità di integrarsi nella società, Zampanò e tutto cio’ che le è rimasto nella vita. Togliendo questo, anche lasciando il denaro, la tromba, i vestiti, si toglie l’anima della ragazza.

E lei muore.

Quando Zampanò lo viene a sapere, cade anche il suo mondo, nei pezzettini piccoli, tutto quello che lui ha nascosto viene fuori in pianto eterno. Ha ucciso anche lei. L’unica possibilità dei sentimenti, felicità e possibilità di stare insieme.

Abbiamo tutti uno Zampanò in noi stessi. Ed è cosi facile fare tutti questi sbagli…. E, ancora piu’ importante, è cosi facile non fare tutti questi sbagli. Si deve solo ricordare, che siamo tutti uomini. E tutti un po’ soli… Perciò ci dobbiamo essere per l’un l’altro, e perciò si deve dire agli amici alcune volte “grazie di esserci” o “ho bisogno di te”… Perché se nessuno ha bisogno di te non è possibile a vivere.

settembre 10, 2008

Andreotti, quando la politica italiana è chiaramente oscura

Posted in film, politica tagged , , , , a 4:44 pm di Sognatrice

Dopo essere uscita dal cinema in cui avevo guardato il magnifico “Il Divo” del giovane registra Paolo Sorrentino, ero un poco sorpresa che questo film avesse vinto il premio al festival di Cannes. Ovviamente non perché il film fosse qualcosa di mediocre o modesto, ma perché è la storia di uno dei politici più potenti e discussi della cosiddetta Prima Repubblica, e dunque sopratutto mirato agli spettatori italiani, cioè a persone che conoscono già gli eventi importanti dell’epoca “andreottiana”.

Il film mostra in suo modo minimalistico che cosa stia succedendo dietro le quinte, ma i risultati degli intrighi politiciper esempio l’assassinio di Falcone – sono resi con allusioni simboliche (molte delle quali ovvie per gli italiani). Questo vero e proprio simbolismo, piuttosto difficile da capire per quelli che non si trovano a proprio agio con la storia italiana, è uno delle varie ricchezze del film. Il Divo non ripete le cose che tutti ormai sappiano bene: è un film che rispetta lo spettatore, e crede che noi non siamo ignoranti (anche nel senso che siamo in grado di andare a cercare a posteriori ogni eventuale elemento sconosciuto). Un simile approccio, peraltro, è sempre più raro nel cinema contemporaneo; per di più, tale simbolismo sottolinea anche il fatto importante che quegli eventi famosi non sono in realtà l’argomento principale del film.

Il simbolismo del gatto del Quirinale che guarda Andreotti, dello skateboard, dell'”ultima cena”, e l’ambientazione in una luce fioca in cui i contorni indicano l’essenziale, uniti all’ottimo lavoro del protagonista Toni Servillo (di cui abbiamo visto anche la parte molto interessante recitata in “Gomorra”, l’altro grande film italiano del 2008), aprono la strada all’idea prinicipale di questo capolavoro, cioè che chiaramente il pensiero e la pratica politica dell’onorevole Andreotti e dei suoi compagni di corrente non possono prescindere dai legami con la criminalità organizzata. Fatti assodati nelle corti, ma mai espressi in modo così chiaro e integro come fa il Divo, lasciando comunque ad Andreotti un certo grado di umanità.

Ma per le persone che non hanno vissuto in Italia o non hanno approfondito la storia politica italiana, tutto questo è quasi indecifrabile. Temo che il premio dei bravi e competenti giudici di Cannes, il Divo lo abbia ricevuto più per essere un film noir tecnicamente perfetto (che parla “anche” di qualcosa di importante), che non per essere un’analisi profonda di un fenomeno politico. A tale riguardo, comunque, il Divo meriterebbe di essere definito uno dei film più notevoli della sua epoca.