aprile 19, 2008

L’isola che ci sarà

Posted in le mie fiabe, politica tagged , a 6:26 pm di Sognatrice

In principio era la terra. Nella terra vivevano le formiche e sulla terra i ricci. Dopo venne l’uomo, un contadino, e costruì una casa che si chiamava “Burella”, fatta di sassi, mattoni rossi e legno che la terra gli aveva regalato. Il contadino sorrideva alla terra – sempre – e cominciò a far crescere il grano. Le formiche ne erano molto felici, perché le radici del grano davano aria alla loro casa, il formicaio. Nella notte i ricci spigolavano nel grano, e scorrazzavano sulla strada che portava in direzione della città. Il contadino usava quella strada solo di tanto in tanto e cosi, qualche spiga cresceva anche là. Poi, il contadino costruì un’altra casa che si chiamava “Piccola”, per essere sicuro che anche i sui ragazzi ne avessero una. La gente in città cambiava, ma il contadino – lui o i suoi ragazzi, o i ragazzi dei suoi ragazzi – era sempre là. Uno di loro cambiò il grano con l’uva: le foglie rossoverdi sorridevano al sole ogni mattina di ottobre. Alle formiche, le radici della vigna piacevano come quelle del grano, e i ricci mangiavano alcuni grappoli, come i bambini che abitavano lì vicino. La terra respirava.

La gente in città, però, continuava a cambiare. Un giorno il contadino – o suo figlio, chissà – lasciò il posto maledicendo questa nuova gente. La Burella andò in rovina, la vigna non cresceva più, tutto si riempì di erbe selvatiche, di cardi campestri, di fiori gialli sconosciuti e di rovi. Sulla strada per la città cresceva ancora un po’ del grano che era caduto, negli anni, dalla carretta del contadino. Alle formiche, le radici dei cardi campestri andavano bene come quelle della vigna e i ricci, a volte, potevano mangiare le bucce di banana gettate da chi faceva merenda. Le nascondevano per poterle poi condividere quando la fame si faceva sentire. La terra respirava.

In quel momento arrivò la ‘ndrangheta. I cardi, i fiori e l’erba vennero distrutti e coperti con strane pietre che venivano da lontano, non più rosse. Edifici incomprensibili di cemento si innalzarono fino al cielo: i ricci fuggirono, e i giovani di città restarono senza posti per fare merenda, senza un posti per emozioni dolci e silenziose. La terra non vedeva o sentiva più niente.

Le formiche, comunque, restarono. Ancora oggi, corrodono e corrodono il cemento, milioni e milioni di formiche che scavano per avere aria pura per i loro piccoli. E un giorno, i figli del contadino – o i loro figli – i giovani di città – nuovi e vecchi – verranno in aiuto delle formiche, e cacceranno via la ‘ndrangheta e tutti quelli che l’hanno aiutata. E la terra respirerà ancora.

marzo 23, 2008

Cappuccetto Nero e il Trapassato

Posted in le mie fiabe a 8:56 pm di Sognatrice

C’era una volta una giovane ragazza che si chiamava Cappuccetto Nero e viveva a Parma. Si dice che a Parma si possano incontrare facilmente persone che si atteggiano un po’ troppo, e perciò è un posto un po’ strano. Non so se questo sia vero, ma è più che certo che Cappuccetto Nero non era né altezzosa né insensibile. Era, invece, una bella ragazza molto gentile e dolce.

Un giorno, la nostra Cappucetto Nero camminava vicino al Teatro Regio: oggi come allora c’era un grande parco pubblico presso al magnifico teatro (esattamente dove, tanto tempo fa, si trovava il monastero di Sant’Alessandro).Tutto a un tratto Cappuccetto Nero vide – tra tutte le persone felici e serene – una creatura molto strana, ancor più strana di quanto i parmigiani già non siano. La creatura piangeva.

“Come mai piangi in una bella giornata come oggi?” Cappuccetto Nero domandò.
La creatura non rispose niente.
“Ehi, piccolina” disse Cappuccetto Nero “Chi sei? Cosa t’è successo?”
“Sono il Trapassato”, rispose quella tra i singhiozzi.
“Il Trapassato..? Trapassato prossimo? Oppure il Congiuntivo Trapassato?”
“Nooo!” urlò il Trapassato e ricominciò a piangere. Cappuccetto Nero la abbracciò.
“Sono… Sono.. il Trapassato! Il Trapassato e basta! Non sono qualche subordinata del Congiugntivo o.. o..”
“Ehi! Va be’, va be’, tutto bene, non piangere!” la consolò Cappuccetto Nero. “Sei un bellissimo Trapassato, in un bel piazzale, in una bella giornata. Sorridi, nessuno ti farà del male”.
“Ma gli altri tempi non mi vogliono nel Libro di Grammatica, non vogliono il Trapassato e basta”.
“Embè?! E chi vorrebbe mai abitare nel Libro di Grammatica? Ho sempre pensato che fosse noioso, no? Dai, andiamo a vivere nel Libro delle Fiabe! È un posto veramente bello e interessante!”

Il Trapassato smise di piangere e guardò Cappuccetto Nero con gli occhi sgranati, e poi sorrise. Andarono a casa insieme e, anche oggi, vivono in un grande libro a colori di fiabe – e lì vivranno per sempre felici e contenti.