maggio 2, 2015

Quello primo maggio

Posted in politica tagged , , , , , a 12:11 pm di Sognatrice

C’era una manifestazione a Roma quattro anni fa. Siamo arrivati da Bologna col treno di notte, stanchi, un po’ felici, un po’ preocuppati. Felici perche’ ci sentivamo insieme, che abbiamo visto che non siamo soli con i nostri problemi. Preoccupati per gli stessi problemi. Per il fatto che viviamo in un mondo dove lo stesso lavoro è diventato una risorsa rara.

Ricordo bene il momento quando ci siamo visti con tutti gli altri manifestanti a piazza della Repubblica. Come la felicità cambiasse per la sensazione di agitazione e rabbia. Perché era la rabbia che ci teneva insieme. La rabbia per un mondo dove l’elite aveva rubato il nostro futuro, la nostra dignità, i nostri diritti. Non voleva troppo tempo prima che qualcuno desse fuoco alla prima automobile. È finita in guerriglia urbana, o come lo chiamano.

Si, c’erano pochi violenti, nel senso di fare atti di violenza. Ma io non ricordo nessuno dei manifestanti dire „basta, non lo facciamo“ – come ho sentito (e come ho detto) in altri manifestazioni. Perché eravamo arrabbiati tutti. Figli della stessa rabbia.

Ricordo anche che il giorno dopo i media, social o no, hanno cominciato a cancellare questa verità che ho visto in quella manifestazione. Da destra intervenivano i violenti da divano, raccontando la solita storia „anarchici violenti“, „black bloc stranieri“, „manganellateli, carcerateli, piu’ severita’“. Da sinistra, la solita storia dei nonviolentisti „grande massa pacifica“, „infiltrati dal governo che vuole oscurare chi manifesta pacificamente“, „centinaia di persone che sono estranee alla protesta legittima“, tutto per negare la rabbia collettiva che c’era in piazza.

Io, il primo maggio a Milano non c’ero, perche’ sono all’estero. Ma quello che ho sentito dai miei amici, compagni, quello che ho visto dal video (per esempio qua), mi racconta la stessa storia di Roma quattro anni fa. Solo che adesso la situazione è ancora peggiore. Perché allora, anche se il lavoro era una risorsa rara, almeno quando uno ce l’aveva, aveva anche i diritti e la dignita’. Adesso, dopo il jobs act (chiamarlo in inglese è giusto, mostra come sia estranea questa legge alla realta’ italiana, fondata sul lavoro), dopo la cancellazione dell’articolo 18, non abbiamo più nemmeno quelli.

Giusto che ci sia rabbia.

La tristezza è che la rabbia si sia manifestata pubblicamente solo ieri e solo in modo simbolico. „C’è chi è contro“ diceva la piazza ieri. „Siamo pronti a tutto“ diceva la piazza. „Non siamo ignoranti, non siamo apolitici“. Dopo andiamo a casa e nel caso migliore non succede niente. Nel caso peggiore i violenti da divano vincono un alto metro e protestare diventa ancora piu’ difficile.

Questa rabbia doverebbe essere organizzata. Questa rabbia avremmo dovuto usarla mentre ci si preparava per l’EXPO, mentre si devastava la campagna milanese con strade inutili, mentre non si rispettavano le regole di sicurezza, non si pagavano i lavoratori, si davano soldi pubblici alla ‘ndrangheta. Questa rabbia avrebbe dovuto fermare i cantieri. Le persone che erano ieri in strada avrebbero potuto incatenarsi alle recinzioni dei cantieri mafiosi. Bloccare le strade. Non lasciar passare nessuno che volesse devastare il paese col cemento o con condizioni di lavoro indegne. Prendendo buon esempio dai valsusini, che esattamente cosi hanno cercato di proteggere la loro valle.

Perché non lo facciamo? Perché si vuole un’organizazzione politica nazionale che racconti e organizzi questa rabbia. Che porti avanti le voci degli arrabbiati. Che dica „no“ al neoliberismo di Bruxelles e Washington. Che prende finalmente in mano la carta dove e’ scritto „Costituzione Italiana“ e cominci a farla diventare realta’. Che non abbia paura.

Ma per fare nascere questa organizzazione (o per fare svegliare i 5 Stelle, che potevano essere proprio questa cosa), si deve cominciare a raccontare l’ira di tutti. Non sminuirla in „centinaia di violenti“. Invece di discutere la natura degli atti violenti o se c’erano anche quelli che pensavano che fosse un gioco o dei black bloc o di quanti fossero i manifestanti pacifici, si deve cominciare a spiegare perché la rabbia non muore ma cresce.

Con o senza mattoni in mano, siamo tutti lo stesso coinvolti.

marzo 12, 2012

Della cittadinanza

Posted in politica tagged , , , , a 3:00 pm di Oudekki

…un figlio non nasce suddito di nessun paese e di nessun governo. Egli sottostà alla tutela e all’autorità del padre sino a che non giunga all’età del discernimento, e allora è un uomo libero, con la libertà di sottoporsi al governo che vuole, di unirsi al corpo politico che vuole…

Cosi ha scritto John Locke, il filosofo inglese autore della teoria secondo quale lo stato è un contratto tra uomini, nati liberi ed eguali, per proteggere certi diritti. Possiamo discutere sulle origini di quei diritti e sulla loro natura, ma l’idea che lo stato sia un semplice “contratto” descrive anche il mondo attuale.

La questione dell’appartenenza dei figli nati in un paese di cui i genitori non siano cittadini – il nostro mondo è fatto ormai da cittadini, non da sudditi – non ha trovato una risposta condivisa, neanche nei paesi democratici. Ci sono diverse ragioni storiche che hanno spinto vari paesi a scegliere una soluzione o un’altra (lo ius soli per attirare immigrati che combattessero per il paese come nella Francia, o lo ius sanguinis per tener fuori i lavoratori agricoli stagionali come in Germania di fine Ottocento), ma non c’è una motivazione logica che convinca tutti.

In questa disputa io, comunque, sto con Locke, perché condivido l’idea che i genitori abbiano certi doveri verso i figli finché questi non siano maggiorenni e possano quindi decidere su sé stessi in modo libero. E credo anche nell’esistenza di innati sentimenti di solidarietà tra figli e genitori (con le ovvie, tristi eccezioni che, però, esulano da questa discussione). E che, quindi, dare la cittadinanza a figli minorenni ma non ai loro genitori sia non solo illogico, ma persino crudele. “Si, mio figlio può rimanere” mi ha detto un’immigrata negli Stati uniti, noto per l’applicazione dello ius soli, “ma io sto per essere espulsa. Lui, a 21 anni, potrà farmi diventare cittadina, se lo vorrà, ma sino ad allora sarò senza alcun diritto negli Stati Uniti”. La cittadinanza, grosso modo, ha due importanti implicazioni: il diritto politico di eleggere ed essere eletti, e il diritto di restare nel paese. Un minorenne, cittadino o no, non ha diritti politici, ed è ragionevole ipotizzare che, qualora i genitori fossero espulsi o decidessero di propria volontà di lasciare il paese, li dovrebbe seguire potendo, semmai, fare rientro al raggiungimento della maggiore età.

C’è dunque un chiaro problema da risolvere: se ammettiamo che sia giusto che il figlio abbia la cittadinanza dei genitori (ius sanguinis), ma vogliamo allo stesso tempo consentirgli, come persona, di poter sottoscrivere un nuovo contratto sociale col suo paese di elezione, non dobbiamo considerare anche lo ius soli? Credo che questa ipotesi, ossia la compresenza dei due principi, sia effettivamente la risposta più corretta. Nel nostro esempio, insomma, una persona nata e cresciuta in un paese diverso da quello di cittadinanza dei propri genitori dovrebbe, al raggiungimento della maggiore età, poter optare per una delle due cittadinanze o, anche, ottenerle entrambe. In tal modo si rispetterebbero sia le tradizioni familiari, sia la libertà di scelta del singolo. Certo, “nata e cresciuta” è definizione che, a sua volta, può prestare il fianco a interpretazioni nebulose e scivolose, ma si potrebbe liberare il campo da tali ambiguità stabilendo che “cresciuta” significa che la persona ha fatto le scuole dell’obbligo nel paese che gli offrirà la cittadinanza.

Se adesso torniamo alla legge italiana, si vedrà che non si è detto proprio nulla che non sia già in vigore. La cittadinanza italiana, infatti, può essere concessa (tra gli altri casi) “allo straniero che risiede legalmente da almeno 10 anni nel territorio italiano” e “allo straniero nato in Italia, che vi abbia risieduto legalmente senza interruzioni fino al raggiungimento della maggiore età, se dichiara di voler acquistare la cittadinanza italiana entro un anno dalla suddetta data”. E allora, non resta che dar ragione a Beppe Grillo quando dice che la discussione sulla cittadinanza di chi nasce in Italia serve solo a “distrarre gli italiani dai problemi reali per trasformarli in tifosi”.

I veri problemi in tema di immigrazione non sono le norme sulla cittadinanza, ma la mancanza di ragionevoli regolamentazioni sugli ingressi (chi e come possa entrare regolarmente) e sul mercato del lavoro (tutela di lavoratori). Grazie alla cecità (interessata) in quelli ambiti, in Italia ci sono milioni di persone in stato di precarietà, sfruttati, con nessun diritto, pagati il tanto che basta per un letto, ma non una stanza, che devono sobbarcarsi turni di 18 o, talvolta, di 30 ore. E, di conseguenza, anche i figli vivono in simili vergognose condizioni, e la cittadinanza non cambierebbe questo stato di cose di una virgola. Ci si deve impegnare contro questo stato di cose, e non dare la cittadinanza a minorenni, cosa che non aiuterebbe né i genitori, né i nuovi arrivati. Finché tolleriamo il lavoro sottopagato (o di fatto “non pagato”) e svolto in condizioni subumane (che gli italiani – e anche molti immigrati, e certamente i loro figli cresciuti qua – giustamente rifiutano) ci saranno sempre soggetti deboli, sfruttati e senza diritti, e ci sarà sempre una costante richiesta di  nuovi ingressi per rimpiazzare, appunto, quelli “per dignitate fanno il gran rifiuto”…

E’ di questo che si dovrebbe parlare. E agire. E il problema dei “diritti dei bimbi” – come dicono col loro gergo peloso i tartufi politicamente corretti – si risolverà da sé.

gennaio 27, 2011

che cosa vuol dire lottare per la libertà

Posted in lavoro, politica, società tagged a 8:30 am di Sognatrice

Purtroppo non sono in Italia adesso, quindi non posso essere in piazza per mostrare che anch’io faccio parte di quelli che devono vivere del proprio lavoro, e per mostrare la mia solidarietà ai lavoratori e alle lavoratrici della FIAT, quelli veri. Ma lo sono con la mente, e per questo pubblico le mie riflessioni, pensate e scritte immediatamente dopo il referendum…

La prima cosa che mi veniva in mente, dopo aver sentito della vittoria del sì al referendum di Mirafiori era la canzone di Della Mea “Quando la lotta è di tutti e per tutti, il tuo padrone, vedrai, cederà, se invece vince è perché i crumiri, gli dan la forza che lui non ha”. La seconda è che, dopo aver guardato i risultati, mi veniva più in mente un parallelo con la marcia dei quarantamila dopo lo sciopero della Fiat nel 1980. Infatti, è stato in quell’occasione che le relazioni industriali sono cambiate, e quest’ultimo referendum segna l’ennesima occasione di una rivolta crollata. Non significa, però, che i padroni abbiano vinto per sempre, è, infondo, solo una battaglia persa, non tutta la lotta. Kipling, una volta, ha detto che niente è mai finito prima che sia finito nel modo giusto (nothing is ever settled until it’s settled right), e lo stesso vale anche per diritti dei lavoratori, per la società italiana.

Scrive il blog “Verità e democrazia”a fare la differenza è il voto degli impiegati che /../ sono evidentemente (e colpevolmente) estranei alle ragioni, alla fatica e ai tempi del lavoro manuale. Sì, sembra che sia sempre così. Saltano sempre fuori “loro”, che votano contro i propri interessi, sempre con i padroni per non-si-sa-cosa. Ma, d’altro canto, non sono “evidentemente” estranei alle ragioni o alla fatica, lo sono per certe chiare ragioni. Molti impiegati vivono allo stesso modo degli operai, vendendo la propria forza lavoro per sopravvivere, molti di loro sono importanti per la produzione, ci mettono la loro forza. Quindi, non è il loro status che li rende ignoranti della fatica di quelli che lavorano alla catena di montaggio. Io non c’ho mai lavorato, ho solo letto delle descrizioni di come ci si lavora e, specialmente, di come è duro per le donne, e non ho mai avuto dubbi da quale parte stare. Non solo io. Forse sì, non è la stessa cosa, ma la solidarietà è esattamente questo: stare sempre dalla parte di quelli che lavorano, anche se il nostro lavoro può essere ben diverso. Il famoso fronte tra operai e studenti del ’68 era esattamente questo. Quindi, è l’egemonia che fa sì che loro stiano sempre dalla parte dei padroni.

Curvati e piegati.

Dunque, la lotta dev’essere di tutti e per tutti. Il problema che nasce negli anni ’80 è duplice: da un lato l’egemonia della individualizzazione del lavoro, dall’altro il cambiamento della sinistra. Quella vera, dei movimenti e dei lavoratori che cercava una politica “nuova”, non autoritaria, e c’era anche riuscita, in un certo senso, a creare un altro modo di pensare, di essere. Ma la destra non è cambiata, o, forse, è solo cambiata nel senso di essere oggi più unita, più gerarchica. E quella “nuova sinistra” non ha ancora il modo di combattere questo potere, il modo di far crollare questo potere, pur avendo le idee per un nuovo modo di gestire la società.

Un altro aspetto che è cambiato, ancora duplice come problema, è la mancanza del potere dell’Unione sovietica. Perché, nonostante tutto, l’Unione sovietica dava sempre un po’ di forza agli operai, perché senza essere costretta dalle regole del “fair play” o dei diritti umani, era pur sempre una forza. Una forza che incuteva al capitale la paura costante di una possibile rivoluzione, e anche come forza reale che poteva usare le proprie armi in qualsiasi momento. Il potere crudo che gli operai di adesso non hanno più. Cosi, la lotta è diventata più dura per i lavoratori, ma non diversa, nonostante tutto: il capitalismo è, infondo, sempre lo stesso.

Infatti, quelli che parlano contro lo stato sociale, le garanzie, le otto ore, ecc ecc, dicendo “ma non possiamo mica tornare agli anni ’60, il mondo è cambiato” non sono le forze progressiste, vice versa. E vogliono esattamente tornare agli anni ’60. Ma gli altri ’60, 1860. O forse ancora di più, vogliono tornare prima di 1848, sperando di poter cancellare le critiche di un certo Manifesto. Gli argomenti a favore della flessibilità sono gli argomenti ottocenteschi per dare solo agli imprenditori la possibilità di decidere come trattare il mondo del lavoro e non limitare i propri profitti. Per questo sono molto triste ogni volta che sento questo argomento anche da quelli che dovrebbero stare dalla parte del lavoro o che, forse, ci stanno, ma che nel bel mezzo dei cambiamenti politici hanno dimenticato che il modo di funzionare dell’economia capitalista è in fondo sempre lo stesso. La rivoluzione russa non è stata fatta da pazzi che volevano solo il potere o uccidere gli altri, c’erano condizioni economiche molto chiare che hanno reso possibile quella rivoluzione. Ovviamente, senza Lenin e Trockij forse non ci sarebbe stata, ma ce ne sarebbe forse stata un’altra in qualche altro paese. E ci sarà ancora, se nessuna cosa dovesse cambiare prima.

Nessuno vuole il sangue. Spero ancora che questo processo posa concludersi positivamente prima che si sia tornati davvero a un secolo e mezzo fa.

E il modo-chiave di agire, mi sembra che sia quello che abbiamo visto nelle elezioni del 2006 “che uniti, si vince”. Contro il potere cosi fortemente gerarchico e duro, come quello attuale, ci si deve unire a nostra volta. Quelli che lavorano, impiegati e operai, devono capire che sono sulla stessa barca. Sì, siamo tutti diversi, noi, tutti individui, tutti importanti – ma anche tutti capaci di scegliere di lottare per gli altri, lottare insieme, dare la propria forza a quelli che ne hanno bisogno in un dato momento, anche se diversi. Si, i centri sociali e la CGIL possono avere molte idee diverse, possono pensare alla “buona vita” in modi diversi, ma la lotta per il lavoro è un fine che si può perseguire insieme (bene, non parlo di PD e suoi pupazzi – quelli sono di destra). Quella “nuova sinistra” di cui parlavo prima, è esattamente questa: non abbiamo un partito che ci “spiega tutto” e a cui si debba sempre obbedire, ma ognuno ha una scelta, in una lotta è il leader, in un’altra uno della massa. Cosi si crea “la massa di individui”, la massa in cui tutti possono essere élite, ma possono anche scegliere di essere “massa”, quando c’è bisogno. Perché è bello essere uno dei tanti, sentirsi parte di qualcosa di grande, non essere sempre uno che parla dal palco, ma essere “forza di piazza”. Tutti possono e devono avere la possibilità di svolgere entrambi ruoli. Solo cosi si riesce a creare l’unità necessaria per combattere la destra, il capitale, quando tutti sanno che questa forza enorme c’è per un scopo ben preciso e non viene usata contro noi stessi, un potere per combattere e non per creare lo stesso mondo, solo con diverse persone al potere.

All’inizio di gennaio, in un bar, parlavo con una persona e mi è capitato di chiedergli: ma tu che da parte stai, lavoro o capitale? E lui, con una occhiata di imbarazzo, mi ha detto: “ehm…. ma sì, ovvio, non posso essere dalla parte del capitale. Ma come faccio a dire che sono proletario, io non lavoro a fabbrica, gli altri non mi crederebbero mai, non mi prenderebbero sul serio come proletario”.
– Ma vendi la tua forza-lavoro per sopravvivere? Hai un padrone?
– Sì
– Quindi, chi sei… Comincia ad agire come un proletario, e gli altri ti prendono come uno

Spero che sarà anche lui in piazza oggi-domani. Spero che siamo tanti a sostenere lo sciopero. Tutti noi, che siamo dalla parte del lavoro, non importa se in fabbrica o in qualche altro posto.

 

settembre 17, 2010

La rabbia

Posted in politica, umanità tagged , , a 11:32 am di Sognatrice

Credevo di sapere. Dopo anni di televisione di Berlusconi. Dopo tutte le foto sui giornali. Tutti gli articoli su internet. Dopo vari film – soprattutto dopo “Le dame e il cavaliere”. Ho pensato di sapere cosa fosse il PdL e cosa vogliano fare al nostro paese. Ho sbagliato.

È molto più schifoso di quanto io sia mai riuscita a immaginare.

Venerdì scorso ero in strada a contestare la politica della Gelmini – siccome la Gelmini stessa ovviamente aveva paura di venire alla festa del PdL a Bologna. O forse non aveva neanche pensato di venire, forse le notizie della sua partecipazione erano date solo per vedere quanto grande sarebbe stata la protesta.

All’inizio tutto andava come previsto – cinque ore prima della festa Piazza XX settembre era già piena di carabinieri (ma cosa, siamo in guerra? Beh, forse sì…), mezz’ora prima dell’inizio previsto per la nostra manifestazione, la polizia ha cercato di bloccare varie strade, per non lasciarci riunire sulle scalinate del Pincio o qualsiasi posto vicino alla festa – ma alla fine ce l’abbiamo fatta lo stesso, senza violenza (anche se con corsa tra i quartieri). Mi dispiace che questo sia diventato “prevedibile”, perché non dovrebbe essere così, è vergognoso: ma prevedibile.

A un certo punto, quando alla festa erano finiti i discorsi – accompagnati dal nostro dissenso – e quando ce ne stavamo quasi per andare, si sono sentite alcune grida “Corteo! Corteo!”, e anch’io ho fatto due passi verso la città, verso la via dalla festa. Ed è cominciato la musica. Sul palco c’erano… le ragazze, vestiti solo di mutande e piume, con sorrisi da porno star, che cominciavano a “ballare” – e tra loro gambe si vedevano i vecchi della festa, seduti in prima fila, dagli occhi bavosi e sbrilluccicanti…

Siamo arrivati tutti insieme e nello stesso momento abbiamo gridato “vergogna!”. Perché solo questo si poteva dire, perché era vergognoso, non era umano, era vergognoso essere là in quel momento, andare sul palco conciate in quel modo, guardarle era vergognoso, come è vergognoso che esista un partito, il partito del presidente del consiglio, che definisce quella roba “divertimento”. Per cui quel tipo di show è “normale”. Per un attimo solo ho sentito la voglia di dimenticare quella fila di carabinieri e i recinti metallici, mi sono sentita di correre là in mezzo e spaccare tutto. Come in Berserk. Ovviamente non l’ho fatto, non sarebbe stata certo una buona soluzione. Eppure la scena era così rivoltante…

In televisione è facile, si può sempre cambiare canale. Si può chiudere il televisiore. Al cinema è facile, le immagini sono solo bidimensionali, al cinema c’è sempre la possibilità di staccarsi dallo schermo e guardare gli altri spettatori – tornare alla realtà. E per questo, anche i migliori film, anche gli show televisivi più disgustosi non fanno la stessa impressione di ciò che si vede nella realtà.

A proposito, una volta sono stata in uno strip-club – per fare un documentario. Là era diverso. Il significato era diverso, il posto nella società di quel locale era diverso. Non sono una moralista borghese (tutt’altro), non è che mi sentivo male perché ho visto donne nude…

Stavo – e direi che posso dire stavamo – male perché quelle ragazze di plastica era la visione del futuro (presente?) dell’Italia voluto da Berlusconi. Lui vorebbe rendere noi come quelle ragazze. Lui forse anche adesso ci vede come quelle ragazze (e per questo dice “sposate i ricchi”). I berlusconiani non vedono la bellezza dei nostri portici, la storia della stessa piazza dove stanno festeggiando, tutto quello che, per secoli, è stato creato proprio qua da artisti e pensatori magistrali – la cultura, la ragione, l’umanità devono essere mascherate con barbie da carnevale, per sfuggire alla cultura immanente che trasuda da ogni pietra delle nostre città, proprio per non vedere, per creare solo un impero di schiavi, di buffoni di corte che esistono solo per il divertimento di pochi eletti.

Era il futuro dell’Italia sognato da Berlusconi che abbiamo visto prendere corpo là sul palco. E per questo ero colpita, ho provato nausea, e sono arrabiata anche adesso.

Ma sono anche felice per questa rabbia. È la rabbia di cui parlava Pasolini. Quella rabbia che è indistruttibile, quella rabbia che ti fa agire, pensare, creare, lottare. Non permetterò mai che qualcuno renda l’Italia come quel palco.

In certo senso è molto facile. Noi stessi dobbiamo restare umani. Non pensare che questo sia normale. Non pensare nemmeno che sia normale che i carabinieri cerchino di “provocare” i manifestanti. Che manisfestare il proprio pensiero sia qualcosa di “sporco” o inutile. La prima lotta è dentro noi stessi.

Restare umani.

dicembre 6, 2009

Partirono in due, ed erano abbastanza….

Posted in personale, politica tagged a 7:34 pm di Sognatrice

Oggi mi sento veramente italiana. Sono stata ieri in piazza con un milione di altre persone (se la questura dice che eravamo 90 mila, significa che eravamo veramente quasi un milione) e ho sentito e pensato le stesse cose che sentivano e pensavano loro. A piazza San Giovanni, vendendo tutti quanti pensavo a funerale di Berlinguer, e una decina di minuti dopo ho sentito due vecchi che discutevano se ci fossero state più persone a quel funerale o se le avevamo eguagliate. Ho cantato fra me e me la canzone “Viva l’Italia” e Vecchioni ha cominciato con la stessa canzone. Ho pensato “siamo qui a fare la storia” – e ho visto una donna con le stesse identiche parole sul suo cartello.

Abbiamo fatto la storia. E per questo non è importante se sia stato Di Pietro, Rifondazione, o <inserisci la tua teoria preferita qua> a “organizzare” il No Berlusconi Day. Perché gli organizzatori in questa manifestazione non erano organizzatori “ideologici” ma tecnici. E io, sinceramente, sono anche felice che ci fosse stata Rifondazione a organizzare il trasporto, che ci siano stati quelli che hanno pagato il palco ecc ecc. I partiti hanno contribuiti con la loro conoscenza su “come si organizza un evento”: molto bene. A proposito, grazie a Rifondazione ho pagato solo 10 € per raggiungere Roma. Qualcuno deve prendersi cura dell’amministrazione, e se quelli che hanno i mezzi per farlo lo vogliono fare, io non ci vedo nessun problema. Non rende la manifestazione meno “dal basso”, perché non aumenta il potere politico di nessun gruppo, partito o altro.

Abbiamo fatto la storia. Non c’erano i partiti, i sindacati, un comitato per la manifestazione a chiedere le dimissioni di Berlusconi, né a dirmi, perché fosse importante scendere in piazza. Ho deciso io, l’ho deciso facendo un giro in montagne al confine tra la Romagna e la Toscana, vendendo quest’Italia bellissima, con paesini che sono stati i luoghi di nascita di grandi pensatori, vedendo i contadini vestiti da lavoro, facce scure, sulle cime delle montagne ad ammirare la bellezza della natura, il pastore con le capre che mi sorrideva, l’uomo che lavorava al casello dell’autostrada e mi chiedeva se per caso io fossi dalla sua stessa città, così ci saremmo potuti rivedere, il barista a San Benedetto in Alpe che diceva che se io veramente ammiravo quella bellezza, beh allora avrei dovuto spostarmi là, i quattro caprioli sulla piccola strada… Ho pianto su quella strada, ho pianto per Italia, la nostra Italia, ancora non toccato dalla ‘ndrangheta e da altre simili organizzazioni, e dai politici berlusconiani, e ho fatto una promessa: non la diamo mai a loro questa Italia, mai! E mi sentivo pronta a fare qualunque cosa per mantenere quei posti così come sono adesso, come sono stati sempre.

Due giorni dopo ero in piazza per No Berlusconi Day, a fianco di Salvatore Borsellino, Gioacchino Genchi, Sonia Alfano e tanti altri a gridare “Resistenza!”

Abbiamo riempito la piazza di San Giovanni noi, senza una piattaforma precisa, senza una gerarchia, con varie motivazioni e un pensiero comune: Berlusconi e i suoi simili non ci rappresentano. Siamo stati in piazza per dire: il tempo della politica decisa solo nei vertici di partito è finita. Il tempo in cui le manifestazioni servivano a mostrare la potenza dei partiti è finito. È finito il secolo in cui le grandi masse erano come pedine nelle mani delle persone al potere. Il nostro secolo è un secolo di persone che pensano con la propria testa, che chiedono consiglio alle proprie emozioni. Ma non di persone staccate dalla società, che si ignorano l’un l’altro, non più una massa anonima, ma un gruppo di individui. Come ieri, molto diversi, sotto bandiere diverse, ognuno con il proprio orgoglio, siamo stati uniti, anche. Molto vicini. Quasi amici. Perché sono la nostra società, il nostro futuro, i nostri paesini, la nostra natura, il nostro modo di pensare che sono in pericolo, e tutti noi siamo uniti in questo sentimento, e siamo pronti a fare qualsiasi cosa per difenderlo. E queste emozioni ci hanno reso felici e tranquilli, senza alcuna intenzione di usare la forza fisica, che non è necessaria.

Il cinque dicembre 2009 è la nascita di nuova era. Non solo perché nei prossimi mesi Berlusconi sarà costretto a lasciare il suo posto, non solo perché ci sono nuovi fatti che saltano fuori a una velocità incredibile, non solo perché tante persone hanno sentito ancora una volta quello slancio in cui ci si sente più di sé stessi, come due persone in una: da una parte la personale fatica quotidiana, e dall’altra il senso di appartenenza a una comunità che vuole spiccare il volo per cambiare veramente la propria vita.

Ed è importante perché, stavolta, abbiamo aperto le ali senza sapere se eravamo veramente capaci di volare.

Ma il volo è iniziato.

luglio 10, 2009

Senza i grandi poteri

Posted in politica, società tagged , a 10:56 am di Sognatrice

L’idea di un mondo senza frontiere sembra cosi bella, giusta e in linea con i diritti umani che non è sorprendente che abbia sostenitori che vanno dalla sinistra comunista alla destra liberista. Per me, però, ci sono vari problemi che mi spingono a essere riluttante nell’accettare questa soluzione nel mondo contemporaneo in cui ci è dato vivere.

Una delle principali argomentazioni di chi sostiene l’abolizione delle frontiere è di solito quella secondo la quale il territorio sarebbe un fattore arbitrario, e non ci sarebbero giustificazioni per preferire quelli che vivono già in qualche posto rispetto a quelli che non sono ancora lì.

È, questa, una posizione molto valida se parliamo, per esempio, dei diritti umani, che non sono legati al luogo o alla classe sociale, ma al semplice fatto di essere un “essere umano”, con il conseguente dovere della loro accettazione e difesa, da parte delle altre persone o delle comunità, a prescindere da ogni altra caratteristica individuale. Questa posizione, peraltro, è ampiamente accettata nell’ambito internazionale, almeno a partire dalla Seconda guerra mondiale, dopo una prima parte del secolo scorso caratterizzato dal nazifascismo, dal genocidio degli armeni ecc.

Ma ci sono diritti o interessi legati alle risorse locali. Se affermiamo che tutti hanno lo stesso diritto di usare qualsiasi pezzo di terra per i propri scopi, dobbiamo affermare il diritto degli Stati Uniti a costruire una base militare a Vicenza, nonostante la volontà contraria dei locali. Come decidere su questo conflitto? Chiedere a tutto il mondo di votare sulla base di Vicenza? Ovviamente non è possibile, tecnicamente e praticamente (se si dovesse decidere ogni contenzioso in tal modo, si avrebbero molte votazioni al secondo). Consentire ai cittadini degli Stati uniti e dell’Italia di votare sulla questione delle basi? Questo solleverebbe problemi in termini di imparzialità e disponibilità delle informazioni, di conteggio dei voti ecc. Se infatti tutti i voti avessero lo stesso peso, sarebbero di fatto i soli statunitensi a decidere, e il voto degli italiani sarebbe inutile, mentre se si introducesse l’obbligo di ottenere la maggioranza in entrambi i paesi, si concederebbe di fatto il potere di veto agli italiani, e il voto degli statunitensi sarebbe inutile. Se si restringesse il voto a quelli che vivono a Vicenza o in Italia – avendo, al contempo, frontiere totalmente aperte – non si potrebbe escludere in teoria l’ipotesi di un massiccio afflusso di votanti dall’estero, in grado di cambiare il segno del voto. Certo, è improbabile che decine di migliaia di persone si spostino per decidere su una simile questione, ma che dire di altre questioni? Se si dovesse decidere dell’assegnazione di appalti petroliferi? O se fossero in gioco altri interessi economici o sociali di grande rilevanza? Se, infine, accettassimo che si debba aver vissuto a Vicenza per un dato periodo di tempo per aver diritto al voto, avremmo allora una distinzione tra locali e non-locali.

Se cancelliamo le frontiere in quanto tali, la missione degli Stati uniti in Iraq diventa giustificabile sulla base degli interessi degli Stati Uniti o, più precisamente, degli interessi di qualche gruppo di persone all’interno degli Stati Uniti.

Questa logica non farebbe altro che portarci indietro, verso un sistema internazionale in cui dimensioni e potere in quanto tale sono la base di ogni argomentazione, con la conseguente fine di ogni idea e possibilità di protezione per le minoranze, o per i piccoli stati e/o popoli, e in cui l’ultima decisione è basata sulle armi o sulla ricchezza. Spesso si tende a dimenticare che le frontiere sono, di fatto, l’unica ragione per cui, almeno in certi ambiti, Andorra possa godere degli stessi privilegi e della stessa considerazione degli Stati Uniti, per esempio. Facendo un paragone con la nostra vita di tutti i giorni, è un po’ quel che succede con gli appellativi. Certo, quando diciamo “signor” Rossi, usiamo un relitto del passato, un appellativo che discende dal mondo delle parrucche incipriate, o peggio dalla società servile dell’antichità. Eppure, il solo momento in cui il signor Rossi e il signor Agnelli sono uguali, è proprio nel fatto che ci si rivolge a entrambi dicendo “signore”. Anche se sappiamo bene che i potenti amano essere definiti “Avvocato”, “Cavaliere”, “Presidente” ecc. Bene, si fanno definire così proprio perché sanno che oggi, “signore” non basta più. Una volta, nessun funzionario pubblico si sarebbe rivolto a un contadino chiamandolo “signore”. Adesso sì. Questo appellativo muffito, allora, diventa un simbolo di dignità, esattamente come la camicia bianca e la cravatta – così “borghesi” – che il famoso operaio di Mirafiori di cui parlava Bertinotti indossava ogni giorno, per dimostrare al suo capo che anche lui era un “signore”, e che gli era dovuto rispetto. Ecco allora, che i picchetti d’onore scattano sull’attenti sia che venga issata la Stars&Stripes, sia che venga issato il vessillo di San Marino. Niente frontiere niente status per i piccoli stati; ma si può essere certi che quelli grandi, invece, troverebbero il modo di sopravvivere, magari non più come Usa, ma come Bushistan magari, o Berluscolandia. Siamo sicuri che sia meglio? Nel mondo attuale, in cui le risorse non sono distribuite in modo eguale, i poteri ci sono: abolire le frontiere significherebbe dare via libera a quelli più ricchi, più potenti, stati o meno. Torneremmo esattamente in quell’era che abbiamo voluto cancellare, il terrore senza limiti degli anni trenta.

Per evitare questo, mi sembra che sia necessario abbandonare l’idea di abolire le frontiere, almeno finché vi siano disuguaglianze rilevanti in termini di potere e risorse. Più riconosciamo il diritto delle piccole comunità a decidere sulle proprie cose – in un approccio di sussidiarietà diplomatica – più abbiamo agenti internazionali che entrano nel mondo chiuso della diplomazia, più è possibile creare una rete tra quei soggetti che, adesso, sono lasciati ai margini delle relazioni internazionali. O molte reti diverse. L’unità d’Italia e l’idea iniziale della Comunità Europea sono, in un certo senso, il risultato di un simile tipo di reti…

E forse, quando avremo creato questa specie di rete partendo magari dai rapporti economici – una rete in cui esiste sì dipendenza, ma su un piano di parità formale – riusciremo anche a dar vita a un mondo in cui le frontiere non siano più politiche ma amministrative, in cui ogni posto del pianeta sia vivibile.

maggio 18, 2009

Bisogno di chi?

Posted in politica, società a 8:23 am di Sognatrice

Un frase che mi fa veramente infuriare è: “abbiamo bisogno degli immigrati”, o la sua variante “la nostra economia ha bisogno degli immigrati”. E sopratutto in Italia, dove sappiamo tutti che il lavoro degli immigrati è in massima parte precario, pesante, poco pagato, pericoloso… Insomma, avremmo bisogno di persone che lavorino in condizioni che “noi” abbiamo imparato a chiamare “inumane”. Sappiamo tutti che molti immigrati vivono in appartamenti piccoli, che a volte dormono a turno nello stesso letto – sono così poco pagati, che non hanno nemmeno la possibilità di avere un proprio letto! Un italiano non farebbe mai queste condizioni. Perché ha la sua dignità. Direbbe all’imprenditore: “Per un simile salario io non sono disposto a lavorare. Sono un essere umano, vorrei almeno un letto”.

E allora… allora abbiamo bisogno degli immigrati. Abbiamo bisogno di persone che non vogliano un letto proprio. Abbiamo bisogno di persone che non sappiano lottare per i propri diritti. Abbiamo bisogno di persone che siano disposte a lavorare in condizioni pericolose. Abbiamo bisogno di persone che si accontentino di salari da fame.

Non vi sembra che, in fin dei conti, ciò di cui “abbiamo bisogno” siano degli schiavi?

Se la nostra economia ha bisogno di schiavi, allora siamo noi a non dover avere bisogno di questa economia. Dobbiamo assicurare che gli immigrati non debbano lavorare in questo modo? Certo. Bene. Ci sono tanti immigrati che conoscono il loro valore di esseri umani. Ce ne sono tanti che hanno imparato in Italia cosa significhi lottare per i propri diritti. Ma è a questo punto che gli imprenditori attaccano con la solita cantilena: “Abbiamo bisogno degli immigrati”. Sì, ma di quelli “nuovi”. Quelli che sono disposto a lavorare per nulla.

Noi non abbiamo bisogno degli immigrati. Gli imprenditori ne hanno bisogno. Noi abbiamo bisogno di uomini che possano vivere in modo dignitoso, avere una casa – un appartamento – andare in vacanza almeno una volta l’anno, riposare il fine settimana, partecipare alla vita culturale… Essere umani. Liberi. Con tutti i diritti.

febbraio 11, 2009

Il diavolo ha vinto?

Posted in politica a 3:31 pm di Sognatrice

Perché il signor Berlusconi avesse bisogno di politicizzare il dolore di una famiglia e perché abbia detto cose ripugnanti come “Eluana è in grado avere figli”, e perché i suoi senatori si siano scatenati in una canea al’insegna del “l’hanno ammazzata!”, è ben chiaro. Berlusconi, non sapendo ma volendo governare, ha paura di perdere tutto in una situazione di crisi, e cerca stavolta di volgere i suoi cavillosi giochi politici contro Napolitano che – sinora – è stato iperprotetto da pd, pdl e media, quasi fosse un “intoccabile”. Berlusconi, credo, lanciando questo campagna contro Napolitano, spera di forzarlo a lasciare il Quirinale, l’ultimo posto in cui può sperare di salvarsi dall’onda montante del collasso economico e dell’inevitabile malcontento popolare… Questo è relativamente ovvio, e non merita molte parole.

La cosa che non capisco, è perché la chiesa cattolica – il Vaticano – sia stato contrario a dar pace a un’anima tormentata. Eluana è morta 17 anni fa, ma la tecnologia ne ha tenuto il corpo in funzione. Questa tecnologia, secondo il pensiero cristiano, che mantiene i morti come fossero vivi, la tecnologia che funziona contro la volontà di dio, è chiaramente opera del diavolo. Com’è che la chiesa cristiana ha cominciato sostenere il diavolo?

novembre 26, 2008

Un perché infinito

Posted in personale, politica, società tagged , a 4:23 pm di Sognatrice

Per qualche tempo la ricchezza può essere uno scopo, ma se non la si trasforma presto in uno strumento, come mostrano i geniali scrittori sovietici Arkadij e Boris Strugackij nel loro libro “Хищные вещи века” (purtroppo non tradotto in italiano, in inglese “The Final Circle of Paradise”), la società sarà predestinata a fallire, sarà maledetta.

Loro, tuttavia, dicono anche che in ogni popolo maledetto, prima o poi nasceranno bambini destinati a liberare tale società dalla maledizione.

Mi sembra che molti di noi, nei paesi occidentali, abbiamo dimenticato a cosa serva la ricchezza. Una volta la ricchezza si accumulava con estrema lentezza; per un singolo poteva essere uno scopo, per le famiglie, per le nazioni poteva invece essere un mezzo. Con l’industrialismo – e anche col capitalismo, direi – abbiamo accumulato la ricchezza in un lasso di tempo mai visto prima – e da poco abbiamo superato il punto in cui era necessario trasformare la ricchezza in mezzo.

Non uno scopo. Non più. Con risorse limitate non possiamo crescere illimitamente. I monetaristi tendono a credere nel moto perpetuo, cosa che è impossibile, come insegnano anche alla scuola materna.

Perché la ricchezza? Una volta le persone aspiravano alla ricchezza per creare una più grande giustizia, per essere liberi, per dare tempo a tutti per pensare, usare la fantasia, lavorare per migliorare qualcosa nel mondo, ricercare per voglia, scelta libera, non per la foia di creare nuova ricchezza, una ricerca che desse una vita migliore a tutti, alla società intera. Questa non significa che dobbiamo avere tutti la stessa idea di vita migliore, ma solo più ricerca, più soluzioni diverse, più modi diversi di essere felici ecc. E i cuori spezzati ci saranno sempre, anche in una società più giusta e bella, l’amore ci sarà sempre, le emozioni che non deve essere risolte, ma solo provate.

Basta con questa religione della crescita. Abbiamo già tutto per essere liberi. Dobbiamo usare questi mezzi per diventare liberi veramente. I fratelli Strugackij si chiedono: la ricchezza? Il divertimento? Ma cosa è successo all’essere umano? Ma non era proprio la nostra umanità lo scopo iniziale? La nostra fantasia, il nostro intelletto? L’abilità di pensare?

I dati mostrano che dopo un certo punto non esiste un legame tra ricchezza e sviluppo; crescita e sviluppo sono del resto concetti differenti. Perché per svilupparsi non basta la ricchezza, non basta avere un PIL più grande. Il PIL non è un valore in se, ha valore solo nelle mani degli esseri umani. Nelle teste degli esseri umani.

Alcuni dittatori asiatici mangiavano il cervello di scimmie vive – e alcuni turisti lo mangiano anche oggi – perchè non avevano niente di meglio da fare. Lo facevano per divertimento. Gli spettatori del “Grande fratello” non sono molto migliori. Il divertimento disgiunto dal pensiero: un divertimento che si prefigge proprio di non far pensare, questa è la maledizione di cui hanno parlato i fratelli Strugatskij nella società comunista degli anni sessanta.

Sarà il problema più grave della società capitalista degli anni duemila.

Ma non saremo noi, per caso, quei bambini nati per distruggere questa maledizione? Alcune volte, con i compagni dell’Onda, con i miei amici (anche di internet), mi sembra che sì, forse posso dire che sì, alcune volte, scoprendo idee come la teoria della decrescita economica, non mi sento più sola.

(Siamo millioni!!!)

Alcune altre volte sono disperata, e mi chiedo con Arkadij e Boris: ma l’umanità? Non ha più importanza?

C’è una cosa che possiamo fare tutti per cambiare il mondo. Non smettere mai di chiederci il perché delle cose.

Abbiamo la scelta di non essere ignoranti.

settembre 10, 2008

Andreotti, quando la politica italiana è chiaramente oscura

Posted in film, politica tagged , , , , a 4:44 pm di Sognatrice

Dopo essere uscita dal cinema in cui avevo guardato il magnifico “Il Divo” del giovane registra Paolo Sorrentino, ero un poco sorpresa che questo film avesse vinto il premio al festival di Cannes. Ovviamente non perché il film fosse qualcosa di mediocre o modesto, ma perché è la storia di uno dei politici più potenti e discussi della cosiddetta Prima Repubblica, e dunque sopratutto mirato agli spettatori italiani, cioè a persone che conoscono già gli eventi importanti dell’epoca “andreottiana”.

Il film mostra in suo modo minimalistico che cosa stia succedendo dietro le quinte, ma i risultati degli intrighi politiciper esempio l’assassinio di Falcone – sono resi con allusioni simboliche (molte delle quali ovvie per gli italiani). Questo vero e proprio simbolismo, piuttosto difficile da capire per quelli che non si trovano a proprio agio con la storia italiana, è uno delle varie ricchezze del film. Il Divo non ripete le cose che tutti ormai sappiano bene: è un film che rispetta lo spettatore, e crede che noi non siamo ignoranti (anche nel senso che siamo in grado di andare a cercare a posteriori ogni eventuale elemento sconosciuto). Un simile approccio, peraltro, è sempre più raro nel cinema contemporaneo; per di più, tale simbolismo sottolinea anche il fatto importante che quegli eventi famosi non sono in realtà l’argomento principale del film.

Il simbolismo del gatto del Quirinale che guarda Andreotti, dello skateboard, dell'”ultima cena”, e l’ambientazione in una luce fioca in cui i contorni indicano l’essenziale, uniti all’ottimo lavoro del protagonista Toni Servillo (di cui abbiamo visto anche la parte molto interessante recitata in “Gomorra”, l’altro grande film italiano del 2008), aprono la strada all’idea prinicipale di questo capolavoro, cioè che chiaramente il pensiero e la pratica politica dell’onorevole Andreotti e dei suoi compagni di corrente non possono prescindere dai legami con la criminalità organizzata. Fatti assodati nelle corti, ma mai espressi in modo così chiaro e integro come fa il Divo, lasciando comunque ad Andreotti un certo grado di umanità.

Ma per le persone che non hanno vissuto in Italia o non hanno approfondito la storia politica italiana, tutto questo è quasi indecifrabile. Temo che il premio dei bravi e competenti giudici di Cannes, il Divo lo abbia ricevuto più per essere un film noir tecnicamente perfetto (che parla “anche” di qualcosa di importante), che non per essere un’analisi profonda di un fenomeno politico. A tale riguardo, comunque, il Divo meriterebbe di essere definito uno dei film più notevoli della sua epoca.

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