gennaio 27, 2011

che cosa vuol dire lottare per la libertà

Posted in lavoro, politica, società tagged a 8:30 am di Sognatrice

Purtroppo non sono in Italia adesso, quindi non posso essere in piazza per mostrare che anch’io faccio parte di quelli che devono vivere del proprio lavoro, e per mostrare la mia solidarietà ai lavoratori e alle lavoratrici della FIAT, quelli veri. Ma lo sono con la mente, e per questo pubblico le mie riflessioni, pensate e scritte immediatamente dopo il referendum…

La prima cosa che mi veniva in mente, dopo aver sentito della vittoria del sì al referendum di Mirafiori era la canzone di Della Mea “Quando la lotta è di tutti e per tutti, il tuo padrone, vedrai, cederà, se invece vince è perché i crumiri, gli dan la forza che lui non ha”. La seconda è che, dopo aver guardato i risultati, mi veniva più in mente un parallelo con la marcia dei quarantamila dopo lo sciopero della Fiat nel 1980. Infatti, è stato in quell’occasione che le relazioni industriali sono cambiate, e quest’ultimo referendum segna l’ennesima occasione di una rivolta crollata. Non significa, però, che i padroni abbiano vinto per sempre, è, infondo, solo una battaglia persa, non tutta la lotta. Kipling, una volta, ha detto che niente è mai finito prima che sia finito nel modo giusto (nothing is ever settled until it’s settled right), e lo stesso vale anche per diritti dei lavoratori, per la società italiana.

Scrive il blog “Verità e democrazia”a fare la differenza è il voto degli impiegati che /../ sono evidentemente (e colpevolmente) estranei alle ragioni, alla fatica e ai tempi del lavoro manuale. Sì, sembra che sia sempre così. Saltano sempre fuori “loro”, che votano contro i propri interessi, sempre con i padroni per non-si-sa-cosa. Ma, d’altro canto, non sono “evidentemente” estranei alle ragioni o alla fatica, lo sono per certe chiare ragioni. Molti impiegati vivono allo stesso modo degli operai, vendendo la propria forza lavoro per sopravvivere, molti di loro sono importanti per la produzione, ci mettono la loro forza. Quindi, non è il loro status che li rende ignoranti della fatica di quelli che lavorano alla catena di montaggio. Io non c’ho mai lavorato, ho solo letto delle descrizioni di come ci si lavora e, specialmente, di come è duro per le donne, e non ho mai avuto dubbi da quale parte stare. Non solo io. Forse sì, non è la stessa cosa, ma la solidarietà è esattamente questo: stare sempre dalla parte di quelli che lavorano, anche se il nostro lavoro può essere ben diverso. Il famoso fronte tra operai e studenti del ’68 era esattamente questo. Quindi, è l’egemonia che fa sì che loro stiano sempre dalla parte dei padroni.

Curvati e piegati.

Dunque, la lotta dev’essere di tutti e per tutti. Il problema che nasce negli anni ’80 è duplice: da un lato l’egemonia della individualizzazione del lavoro, dall’altro il cambiamento della sinistra. Quella vera, dei movimenti e dei lavoratori che cercava una politica “nuova”, non autoritaria, e c’era anche riuscita, in un certo senso, a creare un altro modo di pensare, di essere. Ma la destra non è cambiata, o, forse, è solo cambiata nel senso di essere oggi più unita, più gerarchica. E quella “nuova sinistra” non ha ancora il modo di combattere questo potere, il modo di far crollare questo potere, pur avendo le idee per un nuovo modo di gestire la società.

Un altro aspetto che è cambiato, ancora duplice come problema, è la mancanza del potere dell’Unione sovietica. Perché, nonostante tutto, l’Unione sovietica dava sempre un po’ di forza agli operai, perché senza essere costretta dalle regole del “fair play” o dei diritti umani, era pur sempre una forza. Una forza che incuteva al capitale la paura costante di una possibile rivoluzione, e anche come forza reale che poteva usare le proprie armi in qualsiasi momento. Il potere crudo che gli operai di adesso non hanno più. Cosi, la lotta è diventata più dura per i lavoratori, ma non diversa, nonostante tutto: il capitalismo è, infondo, sempre lo stesso.

Infatti, quelli che parlano contro lo stato sociale, le garanzie, le otto ore, ecc ecc, dicendo “ma non possiamo mica tornare agli anni ’60, il mondo è cambiato” non sono le forze progressiste, vice versa. E vogliono esattamente tornare agli anni ’60. Ma gli altri ’60, 1860. O forse ancora di più, vogliono tornare prima di 1848, sperando di poter cancellare le critiche di un certo Manifesto. Gli argomenti a favore della flessibilità sono gli argomenti ottocenteschi per dare solo agli imprenditori la possibilità di decidere come trattare il mondo del lavoro e non limitare i propri profitti. Per questo sono molto triste ogni volta che sento questo argomento anche da quelli che dovrebbero stare dalla parte del lavoro o che, forse, ci stanno, ma che nel bel mezzo dei cambiamenti politici hanno dimenticato che il modo di funzionare dell’economia capitalista è in fondo sempre lo stesso. La rivoluzione russa non è stata fatta da pazzi che volevano solo il potere o uccidere gli altri, c’erano condizioni economiche molto chiare che hanno reso possibile quella rivoluzione. Ovviamente, senza Lenin e Trockij forse non ci sarebbe stata, ma ce ne sarebbe forse stata un’altra in qualche altro paese. E ci sarà ancora, se nessuna cosa dovesse cambiare prima.

Nessuno vuole il sangue. Spero ancora che questo processo posa concludersi positivamente prima che si sia tornati davvero a un secolo e mezzo fa.

E il modo-chiave di agire, mi sembra che sia quello che abbiamo visto nelle elezioni del 2006 “che uniti, si vince”. Contro il potere cosi fortemente gerarchico e duro, come quello attuale, ci si deve unire a nostra volta. Quelli che lavorano, impiegati e operai, devono capire che sono sulla stessa barca. Sì, siamo tutti diversi, noi, tutti individui, tutti importanti – ma anche tutti capaci di scegliere di lottare per gli altri, lottare insieme, dare la propria forza a quelli che ne hanno bisogno in un dato momento, anche se diversi. Si, i centri sociali e la CGIL possono avere molte idee diverse, possono pensare alla “buona vita” in modi diversi, ma la lotta per il lavoro è un fine che si può perseguire insieme (bene, non parlo di PD e suoi pupazzi – quelli sono di destra). Quella “nuova sinistra” di cui parlavo prima, è esattamente questa: non abbiamo un partito che ci “spiega tutto” e a cui si debba sempre obbedire, ma ognuno ha una scelta, in una lotta è il leader, in un’altra uno della massa. Cosi si crea “la massa di individui”, la massa in cui tutti possono essere élite, ma possono anche scegliere di essere “massa”, quando c’è bisogno. Perché è bello essere uno dei tanti, sentirsi parte di qualcosa di grande, non essere sempre uno che parla dal palco, ma essere “forza di piazza”. Tutti possono e devono avere la possibilità di svolgere entrambi ruoli. Solo cosi si riesce a creare l’unità necessaria per combattere la destra, il capitale, quando tutti sanno che questa forza enorme c’è per un scopo ben preciso e non viene usata contro noi stessi, un potere per combattere e non per creare lo stesso mondo, solo con diverse persone al potere.

All’inizio di gennaio, in un bar, parlavo con una persona e mi è capitato di chiedergli: ma tu che da parte stai, lavoro o capitale? E lui, con una occhiata di imbarazzo, mi ha detto: “ehm…. ma sì, ovvio, non posso essere dalla parte del capitale. Ma come faccio a dire che sono proletario, io non lavoro a fabbrica, gli altri non mi crederebbero mai, non mi prenderebbero sul serio come proletario”.
– Ma vendi la tua forza-lavoro per sopravvivere? Hai un padrone?
– Sì
– Quindi, chi sei… Comincia ad agire come un proletario, e gli altri ti prendono come uno

Spero che sarà anche lui in piazza oggi-domani. Spero che siamo tanti a sostenere lo sciopero. Tutti noi, che siamo dalla parte del lavoro, non importa se in fabbrica o in qualche altro posto.

 

luglio 10, 2009

Senza i grandi poteri

Posted in politica, società tagged , a 10:56 am di Sognatrice

L’idea di un mondo senza frontiere sembra cosi bella, giusta e in linea con i diritti umani che non è sorprendente che abbia sostenitori che vanno dalla sinistra comunista alla destra liberista. Per me, però, ci sono vari problemi che mi spingono a essere riluttante nell’accettare questa soluzione nel mondo contemporaneo in cui ci è dato vivere.

Una delle principali argomentazioni di chi sostiene l’abolizione delle frontiere è di solito quella secondo la quale il territorio sarebbe un fattore arbitrario, e non ci sarebbero giustificazioni per preferire quelli che vivono già in qualche posto rispetto a quelli che non sono ancora lì.

È, questa, una posizione molto valida se parliamo, per esempio, dei diritti umani, che non sono legati al luogo o alla classe sociale, ma al semplice fatto di essere un “essere umano”, con il conseguente dovere della loro accettazione e difesa, da parte delle altre persone o delle comunità, a prescindere da ogni altra caratteristica individuale. Questa posizione, peraltro, è ampiamente accettata nell’ambito internazionale, almeno a partire dalla Seconda guerra mondiale, dopo una prima parte del secolo scorso caratterizzato dal nazifascismo, dal genocidio degli armeni ecc.

Ma ci sono diritti o interessi legati alle risorse locali. Se affermiamo che tutti hanno lo stesso diritto di usare qualsiasi pezzo di terra per i propri scopi, dobbiamo affermare il diritto degli Stati Uniti a costruire una base militare a Vicenza, nonostante la volontà contraria dei locali. Come decidere su questo conflitto? Chiedere a tutto il mondo di votare sulla base di Vicenza? Ovviamente non è possibile, tecnicamente e praticamente (se si dovesse decidere ogni contenzioso in tal modo, si avrebbero molte votazioni al secondo). Consentire ai cittadini degli Stati uniti e dell’Italia di votare sulla questione delle basi? Questo solleverebbe problemi in termini di imparzialità e disponibilità delle informazioni, di conteggio dei voti ecc. Se infatti tutti i voti avessero lo stesso peso, sarebbero di fatto i soli statunitensi a decidere, e il voto degli italiani sarebbe inutile, mentre se si introducesse l’obbligo di ottenere la maggioranza in entrambi i paesi, si concederebbe di fatto il potere di veto agli italiani, e il voto degli statunitensi sarebbe inutile. Se si restringesse il voto a quelli che vivono a Vicenza o in Italia – avendo, al contempo, frontiere totalmente aperte – non si potrebbe escludere in teoria l’ipotesi di un massiccio afflusso di votanti dall’estero, in grado di cambiare il segno del voto. Certo, è improbabile che decine di migliaia di persone si spostino per decidere su una simile questione, ma che dire di altre questioni? Se si dovesse decidere dell’assegnazione di appalti petroliferi? O se fossero in gioco altri interessi economici o sociali di grande rilevanza? Se, infine, accettassimo che si debba aver vissuto a Vicenza per un dato periodo di tempo per aver diritto al voto, avremmo allora una distinzione tra locali e non-locali.

Se cancelliamo le frontiere in quanto tali, la missione degli Stati uniti in Iraq diventa giustificabile sulla base degli interessi degli Stati Uniti o, più precisamente, degli interessi di qualche gruppo di persone all’interno degli Stati Uniti.

Questa logica non farebbe altro che portarci indietro, verso un sistema internazionale in cui dimensioni e potere in quanto tale sono la base di ogni argomentazione, con la conseguente fine di ogni idea e possibilità di protezione per le minoranze, o per i piccoli stati e/o popoli, e in cui l’ultima decisione è basata sulle armi o sulla ricchezza. Spesso si tende a dimenticare che le frontiere sono, di fatto, l’unica ragione per cui, almeno in certi ambiti, Andorra possa godere degli stessi privilegi e della stessa considerazione degli Stati Uniti, per esempio. Facendo un paragone con la nostra vita di tutti i giorni, è un po’ quel che succede con gli appellativi. Certo, quando diciamo “signor” Rossi, usiamo un relitto del passato, un appellativo che discende dal mondo delle parrucche incipriate, o peggio dalla società servile dell’antichità. Eppure, il solo momento in cui il signor Rossi e il signor Agnelli sono uguali, è proprio nel fatto che ci si rivolge a entrambi dicendo “signore”. Anche se sappiamo bene che i potenti amano essere definiti “Avvocato”, “Cavaliere”, “Presidente” ecc. Bene, si fanno definire così proprio perché sanno che oggi, “signore” non basta più. Una volta, nessun funzionario pubblico si sarebbe rivolto a un contadino chiamandolo “signore”. Adesso sì. Questo appellativo muffito, allora, diventa un simbolo di dignità, esattamente come la camicia bianca e la cravatta – così “borghesi” – che il famoso operaio di Mirafiori di cui parlava Bertinotti indossava ogni giorno, per dimostrare al suo capo che anche lui era un “signore”, e che gli era dovuto rispetto. Ecco allora, che i picchetti d’onore scattano sull’attenti sia che venga issata la Stars&Stripes, sia che venga issato il vessillo di San Marino. Niente frontiere niente status per i piccoli stati; ma si può essere certi che quelli grandi, invece, troverebbero il modo di sopravvivere, magari non più come Usa, ma come Bushistan magari, o Berluscolandia. Siamo sicuri che sia meglio? Nel mondo attuale, in cui le risorse non sono distribuite in modo eguale, i poteri ci sono: abolire le frontiere significherebbe dare via libera a quelli più ricchi, più potenti, stati o meno. Torneremmo esattamente in quell’era che abbiamo voluto cancellare, il terrore senza limiti degli anni trenta.

Per evitare questo, mi sembra che sia necessario abbandonare l’idea di abolire le frontiere, almeno finché vi siano disuguaglianze rilevanti in termini di potere e risorse. Più riconosciamo il diritto delle piccole comunità a decidere sulle proprie cose – in un approccio di sussidiarietà diplomatica – più abbiamo agenti internazionali che entrano nel mondo chiuso della diplomazia, più è possibile creare una rete tra quei soggetti che, adesso, sono lasciati ai margini delle relazioni internazionali. O molte reti diverse. L’unità d’Italia e l’idea iniziale della Comunità Europea sono, in un certo senso, il risultato di un simile tipo di reti…

E forse, quando avremo creato questa specie di rete partendo magari dai rapporti economici – una rete in cui esiste sì dipendenza, ma su un piano di parità formale – riusciremo anche a dar vita a un mondo in cui le frontiere non siano più politiche ma amministrative, in cui ogni posto del pianeta sia vivibile.

maggio 18, 2009

Bisogno di chi?

Posted in politica, società a 8:23 am di Sognatrice

Un frase che mi fa veramente infuriare è: “abbiamo bisogno degli immigrati”, o la sua variante “la nostra economia ha bisogno degli immigrati”. E sopratutto in Italia, dove sappiamo tutti che il lavoro degli immigrati è in massima parte precario, pesante, poco pagato, pericoloso… Insomma, avremmo bisogno di persone che lavorino in condizioni che “noi” abbiamo imparato a chiamare “inumane”. Sappiamo tutti che molti immigrati vivono in appartamenti piccoli, che a volte dormono a turno nello stesso letto – sono così poco pagati, che non hanno nemmeno la possibilità di avere un proprio letto! Un italiano non farebbe mai queste condizioni. Perché ha la sua dignità. Direbbe all’imprenditore: “Per un simile salario io non sono disposto a lavorare. Sono un essere umano, vorrei almeno un letto”.

E allora… allora abbiamo bisogno degli immigrati. Abbiamo bisogno di persone che non vogliano un letto proprio. Abbiamo bisogno di persone che non sappiano lottare per i propri diritti. Abbiamo bisogno di persone che siano disposte a lavorare in condizioni pericolose. Abbiamo bisogno di persone che si accontentino di salari da fame.

Non vi sembra che, in fin dei conti, ciò di cui “abbiamo bisogno” siano degli schiavi?

Se la nostra economia ha bisogno di schiavi, allora siamo noi a non dover avere bisogno di questa economia. Dobbiamo assicurare che gli immigrati non debbano lavorare in questo modo? Certo. Bene. Ci sono tanti immigrati che conoscono il loro valore di esseri umani. Ce ne sono tanti che hanno imparato in Italia cosa significhi lottare per i propri diritti. Ma è a questo punto che gli imprenditori attaccano con la solita cantilena: “Abbiamo bisogno degli immigrati”. Sì, ma di quelli “nuovi”. Quelli che sono disposto a lavorare per nulla.

Noi non abbiamo bisogno degli immigrati. Gli imprenditori ne hanno bisogno. Noi abbiamo bisogno di uomini che possano vivere in modo dignitoso, avere una casa – un appartamento – andare in vacanza almeno una volta l’anno, riposare il fine settimana, partecipare alla vita culturale… Essere umani. Liberi. Con tutti i diritti.

novembre 26, 2008

Un perché infinito

Posted in personale, politica, società tagged , a 4:23 pm di Sognatrice

Per qualche tempo la ricchezza può essere uno scopo, ma se non la si trasforma presto in uno strumento, come mostrano i geniali scrittori sovietici Arkadij e Boris Strugackij nel loro libro “Хищные вещи века” (purtroppo non tradotto in italiano, in inglese “The Final Circle of Paradise”), la società sarà predestinata a fallire, sarà maledetta.

Loro, tuttavia, dicono anche che in ogni popolo maledetto, prima o poi nasceranno bambini destinati a liberare tale società dalla maledizione.

Mi sembra che molti di noi, nei paesi occidentali, abbiamo dimenticato a cosa serva la ricchezza. Una volta la ricchezza si accumulava con estrema lentezza; per un singolo poteva essere uno scopo, per le famiglie, per le nazioni poteva invece essere un mezzo. Con l’industrialismo – e anche col capitalismo, direi – abbiamo accumulato la ricchezza in un lasso di tempo mai visto prima – e da poco abbiamo superato il punto in cui era necessario trasformare la ricchezza in mezzo.

Non uno scopo. Non più. Con risorse limitate non possiamo crescere illimitamente. I monetaristi tendono a credere nel moto perpetuo, cosa che è impossibile, come insegnano anche alla scuola materna.

Perché la ricchezza? Una volta le persone aspiravano alla ricchezza per creare una più grande giustizia, per essere liberi, per dare tempo a tutti per pensare, usare la fantasia, lavorare per migliorare qualcosa nel mondo, ricercare per voglia, scelta libera, non per la foia di creare nuova ricchezza, una ricerca che desse una vita migliore a tutti, alla società intera. Questa non significa che dobbiamo avere tutti la stessa idea di vita migliore, ma solo più ricerca, più soluzioni diverse, più modi diversi di essere felici ecc. E i cuori spezzati ci saranno sempre, anche in una società più giusta e bella, l’amore ci sarà sempre, le emozioni che non deve essere risolte, ma solo provate.

Basta con questa religione della crescita. Abbiamo già tutto per essere liberi. Dobbiamo usare questi mezzi per diventare liberi veramente. I fratelli Strugackij si chiedono: la ricchezza? Il divertimento? Ma cosa è successo all’essere umano? Ma non era proprio la nostra umanità lo scopo iniziale? La nostra fantasia, il nostro intelletto? L’abilità di pensare?

I dati mostrano che dopo un certo punto non esiste un legame tra ricchezza e sviluppo; crescita e sviluppo sono del resto concetti differenti. Perché per svilupparsi non basta la ricchezza, non basta avere un PIL più grande. Il PIL non è un valore in se, ha valore solo nelle mani degli esseri umani. Nelle teste degli esseri umani.

Alcuni dittatori asiatici mangiavano il cervello di scimmie vive – e alcuni turisti lo mangiano anche oggi – perchè non avevano niente di meglio da fare. Lo facevano per divertimento. Gli spettatori del “Grande fratello” non sono molto migliori. Il divertimento disgiunto dal pensiero: un divertimento che si prefigge proprio di non far pensare, questa è la maledizione di cui hanno parlato i fratelli Strugatskij nella società comunista degli anni sessanta.

Sarà il problema più grave della società capitalista degli anni duemila.

Ma non saremo noi, per caso, quei bambini nati per distruggere questa maledizione? Alcune volte, con i compagni dell’Onda, con i miei amici (anche di internet), mi sembra che sì, forse posso dire che sì, alcune volte, scoprendo idee come la teoria della decrescita economica, non mi sento più sola.

(Siamo millioni!!!)

Alcune altre volte sono disperata, e mi chiedo con Arkadij e Boris: ma l’umanità? Non ha più importanza?

C’è una cosa che possiamo fare tutti per cambiare il mondo. Non smettere mai di chiederci il perché delle cose.

Abbiamo la scelta di non essere ignoranti.

marzo 9, 2008

Dei proverbi

Posted in abitudini, società a 8:24 pm di Sognatrice

“Peccato confessato è mezzo perdonato” è un esempio di buona idea sorta dalla cultura cattolica in Italia. Questo proverbio dice che si deve sempre dire quando si è fatto qualcosa di male; un concezione che ha molti corollari, e che fa bene alla società. A volte, per esempio, è possibile correggere le cattive azioni: ma per correggere qualcosa se ne deve conoscere l’esistenza. Ovviamente, alcune cose sono irreversibili, ma anche in questo caso si possono compensare le vittime delle cattive azioni – a patto che si sappia del problema. Parlando di problemi, possiamo imbatterci anche in un altro proverbio, “errare humanum est”; poiché tutti fanno sbagli, non dobbiamo punirci con troppa severità. Questa convinzione è molto importante per la società: se tutti sbagliano, significa che i politici, gli scienziati, gli artigiani ecc, a volte fanno cose sbagliate. In questo caso è ovvio che in un certo senso siamo tutti uguali, che nessuna persona ha meriti tali da giustificare la sua appartenenza alla “élite” in quanto migliore delle persone “comuni”. Ovviamente alcuni sanno di più di certe cose, ma questa non significa che sono persone “superiori”. Nei paesi cattolici non si sente mai dire che i politici o i ricchi siano migliori perché sono “politici” o “ricchi”, tutti sanno che questa posizione è soltanto una posizione, e non rende, per ciò stesso, qualcuno più onesto o infallibile; tutti sanno che la scienza e l’arte sono proprietà di tutti. Non è un miracolo che la Rivoluzione francese sia avvenuta in Francia e non in Inghilterra, perché anche le idee di uguaglianza sono nate in una cultura non ipocrita, dove la gente parla. Anche dei peccati.

novembre 18, 2007

Che cosa mi serve?

Posted in personale, società a 10:11 am di Sognatrice

Che cosa mi serva per essere cittadina – dentro me, non legalmente – è facile da spiegare. Serve la voglia e la capacità di decidere sul futuro di un determinato paese. Nel mio caso, in altre parole, devo avere la capace di dire come l’Italia potrebbe essere domani. Penso di saperlo, fino a certo limite, ovviamente, ma sufficientemente per sentirmi cittadina in senso moderno.

Ma che cosa mi serve per dire: sono italiana, sono emiliana, quando dico la verità? Basta soltanto l’amore per il paese? No, non mi sembra così. Dunque, cosa devo sapere, come devo comportarmi? Ci sono tanti aspetti diversi, è molto difficile creare qualche sistema. Quindi scrivo delle mie idee, in ordine arbitrario, di ciò che voglio sapere per essere di questo posto.

La storia popolare. Per me è molto importante conoscere i miti del posto in cui sto vivendo. I miti di persone, del paesaggio eccetera, eccetera. Purtroppo, la cultura scritta esiste in Italia da lungo tempo, quindi è difficile trovare storie folcloristiche. Ma ci sono, e in un certo lasso di tempo se ne troverà traccia nelle conversazioni quotidiane: e se si domanda, si incontrerà la storia. Il mito. La favola. Il proverbio. Sapere di gente, memoria collettiva.

Storia politica e economica. Chi e quando è stato al potere, come lo sviluppo economico si è tradotto in pensieri, come la conoscenza della gente si è sviluppata o, in termini più semplici, che cosa e quando è successo, e perché.

Geografia. Non soltanto i nomi sulla mappa, ma la conoscenza di città e paesaggi come sono nella realtà. Il profumo delle montagne, le voci nella mattina nei piccoli paesini, la sottile differenze tra città e città, montagna e montagna. La capacità di guardare una carta e sentire immediatamente la concretezza di tutto questo. La capacità di guardare una foto a caso e sapere che questa è casa.

Natura. Le piante e i funghi principali, dove crescono, che aspetto hanno, come li si può usare e come si chiamano, nella lingua ufficiale e in quella popolare e, perché no, qualche nome in latino. Gli animali/uccelli/rettili/pesci/ecc principali, dove vivono, cosa mangiano, come si chiamano.

Lingue e letteratura. Origine e storia della lingua ufficiale e dei dialetti. I libri importanti, gli autori importanti, le tematiche importanti.

Musica. Le canzoni famose, le canzone folcloriche… La conoscenza degli strumenti popolari.

Ci sono molte altre cose che ora non ricordo.
La prossima trasmissione sarà la prossima volta.
Ci leggiamo.

aprile 21, 2007

La vita è bella

Posted in personale, società a 6:40 am di Sognatrice

Abbiamo parlato di Gramsci nel corso di lingua italiana che sto frequentando. Naturalmente ho gesticolato e ho parlato di politica e sviluppo del pensiero di sinistra e comunista (io sono la specialista di politica e storia in questo corso:P). Ma abbiamo anche letto le sue “Lettere dal carcere”, cioè una lettera a suo figlio Delio su ricci e mele. Ho quasi pianto per il grande cuore di quest’uomo, per le parole calde che ha scritto a suo figlio da una situazione terribile.

Mio padre è scienziato. Quando ero bambina a volte lui era a conferenze a Mosca o a Londra o in qualche altra città, e da tutti questi posti mi scriveva lettere: brevi descrizioni delle città e della vita all’estero. Queste lettere erano molto calde e molto intime, e quando ho letto la lettera di Gramsci a suo figlio ho riconosciuto esattamente lo stesso amore enorme e incondizionato, in parole semplici ma bellissime. Sento che sono legata a Gramsci in uno strano modo, per lettere tra padre e figlio.

Ho immaginato Gramsci in prigionia, nella privazione di ogni bisogno vitale, nella privazione della discussione: l’ho immaginato sorridente nel ricordare ricci e mele e il sole della Sardegna, e come lo ha descritto a suo figlio. Chissà se Gramsci pensasse spesso alla sua infanzia in un mondo affettuoso e amichevole, chissà che non fosse proprio questa infanzia felice e il desiderio di trasmettere tale felicità a suo figlio a sostenerlo nella carcerazione.

Gramsci è uno di quelli che mi danno una enorme fiducia nell’umanità.

Vorrei sapere se si sia reso mai conto che non avrebbe rivisto ancora la Sardegna.