novembre 26, 2008

Un perché infinito

Posted in personale, politica, società tagged , a 4:23 pm di Sognatrice

Per qualche tempo la ricchezza può essere uno scopo, ma se non la si trasforma presto in uno strumento, come mostrano i geniali scrittori sovietici Arkadij e Boris Strugackij nel loro libro “Хищные вещи века” (purtroppo non tradotto in italiano, in inglese “The Final Circle of Paradise”), la società sarà predestinata a fallire, sarà maledetta.

Loro, tuttavia, dicono anche che in ogni popolo maledetto, prima o poi nasceranno bambini destinati a liberare tale società dalla maledizione.

Mi sembra che molti di noi, nei paesi occidentali, abbiamo dimenticato a cosa serva la ricchezza. Una volta la ricchezza si accumulava con estrema lentezza; per un singolo poteva essere uno scopo, per le famiglie, per le nazioni poteva invece essere un mezzo. Con l’industrialismo – e anche col capitalismo, direi – abbiamo accumulato la ricchezza in un lasso di tempo mai visto prima – e da poco abbiamo superato il punto in cui era necessario trasformare la ricchezza in mezzo.

Non uno scopo. Non più. Con risorse limitate non possiamo crescere illimitamente. I monetaristi tendono a credere nel moto perpetuo, cosa che è impossibile, come insegnano anche alla scuola materna.

Perché la ricchezza? Una volta le persone aspiravano alla ricchezza per creare una più grande giustizia, per essere liberi, per dare tempo a tutti per pensare, usare la fantasia, lavorare per migliorare qualcosa nel mondo, ricercare per voglia, scelta libera, non per la foia di creare nuova ricchezza, una ricerca che desse una vita migliore a tutti, alla società intera. Questa non significa che dobbiamo avere tutti la stessa idea di vita migliore, ma solo più ricerca, più soluzioni diverse, più modi diversi di essere felici ecc. E i cuori spezzati ci saranno sempre, anche in una società più giusta e bella, l’amore ci sarà sempre, le emozioni che non deve essere risolte, ma solo provate.

Basta con questa religione della crescita. Abbiamo già tutto per essere liberi. Dobbiamo usare questi mezzi per diventare liberi veramente. I fratelli Strugackij si chiedono: la ricchezza? Il divertimento? Ma cosa è successo all’essere umano? Ma non era proprio la nostra umanità lo scopo iniziale? La nostra fantasia, il nostro intelletto? L’abilità di pensare?

I dati mostrano che dopo un certo punto non esiste un legame tra ricchezza e sviluppo; crescita e sviluppo sono del resto concetti differenti. Perché per svilupparsi non basta la ricchezza, non basta avere un PIL più grande. Il PIL non è un valore in se, ha valore solo nelle mani degli esseri umani. Nelle teste degli esseri umani.

Alcuni dittatori asiatici mangiavano il cervello di scimmie vive – e alcuni turisti lo mangiano anche oggi – perchè non avevano niente di meglio da fare. Lo facevano per divertimento. Gli spettatori del “Grande fratello” non sono molto migliori. Il divertimento disgiunto dal pensiero: un divertimento che si prefigge proprio di non far pensare, questa è la maledizione di cui hanno parlato i fratelli Strugatskij nella società comunista degli anni sessanta.

Sarà il problema più grave della società capitalista degli anni duemila.

Ma non saremo noi, per caso, quei bambini nati per distruggere questa maledizione? Alcune volte, con i compagni dell’Onda, con i miei amici (anche di internet), mi sembra che sì, forse posso dire che sì, alcune volte, scoprendo idee come la teoria della decrescita economica, non mi sento più sola.

(Siamo millioni!!!)

Alcune altre volte sono disperata, e mi chiedo con Arkadij e Boris: ma l’umanità? Non ha più importanza?

C’è una cosa che possiamo fare tutti per cambiare il mondo. Non smettere mai di chiederci il perché delle cose.

Abbiamo la scelta di non essere ignoranti.

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settembre 10, 2008

Andreotti, quando la politica italiana è chiaramente oscura

Posted in film, politica tagged , , , , a 4:44 pm di Sognatrice

Dopo essere uscita dal cinema in cui avevo guardato il magnifico “Il Divo” del giovane registra Paolo Sorrentino, ero un poco sorpresa che questo film avesse vinto il premio al festival di Cannes. Ovviamente non perché il film fosse qualcosa di mediocre o modesto, ma perché è la storia di uno dei politici più potenti e discussi della cosiddetta Prima Repubblica, e dunque sopratutto mirato agli spettatori italiani, cioè a persone che conoscono già gli eventi importanti dell’epoca “andreottiana”.

Il film mostra in suo modo minimalistico che cosa stia succedendo dietro le quinte, ma i risultati degli intrighi politiciper esempio l’assassinio di Falcone – sono resi con allusioni simboliche (molte delle quali ovvie per gli italiani). Questo vero e proprio simbolismo, piuttosto difficile da capire per quelli che non si trovano a proprio agio con la storia italiana, è uno delle varie ricchezze del film. Il Divo non ripete le cose che tutti ormai sappiano bene: è un film che rispetta lo spettatore, e crede che noi non siamo ignoranti (anche nel senso che siamo in grado di andare a cercare a posteriori ogni eventuale elemento sconosciuto). Un simile approccio, peraltro, è sempre più raro nel cinema contemporaneo; per di più, tale simbolismo sottolinea anche il fatto importante che quegli eventi famosi non sono in realtà l’argomento principale del film.

Il simbolismo del gatto del Quirinale che guarda Andreotti, dello skateboard, dell'”ultima cena”, e l’ambientazione in una luce fioca in cui i contorni indicano l’essenziale, uniti all’ottimo lavoro del protagonista Toni Servillo (di cui abbiamo visto anche la parte molto interessante recitata in “Gomorra”, l’altro grande film italiano del 2008), aprono la strada all’idea prinicipale di questo capolavoro, cioè che chiaramente il pensiero e la pratica politica dell’onorevole Andreotti e dei suoi compagni di corrente non possono prescindere dai legami con la criminalità organizzata. Fatti assodati nelle corti, ma mai espressi in modo così chiaro e integro come fa il Divo, lasciando comunque ad Andreotti un certo grado di umanità.

Ma per le persone che non hanno vissuto in Italia o non hanno approfondito la storia politica italiana, tutto questo è quasi indecifrabile. Temo che il premio dei bravi e competenti giudici di Cannes, il Divo lo abbia ricevuto più per essere un film noir tecnicamente perfetto (che parla “anche” di qualcosa di importante), che non per essere un’analisi profonda di un fenomeno politico. A tale riguardo, comunque, il Divo meriterebbe di essere definito uno dei film più notevoli della sua epoca.

luglio 2, 2008

Metastasi della democrazia? Spero di sì

Posted in lingua, politica tagged , a 1:09 pm di Sognatrice

Nell’italiano corrente si usa, di tanto in tanto, la parola “metastasi” come sinonimo di cancro. Ma, in effetti, questo non è corretto. Wikipedia dice:

Per metàstasi (dal greco meta = al di là, e stasis = stato, posizione, quindi trasposizione, cambiamento di sede di una materia morbosa) si intende la disseminazione di un processo evolutivo dalla sua sede di origine ad altri organi dell’individuo. Le metastasi possono avere natura infettiva (dunque, metastasi settiche), ma più spesso con questo termine si indicano le metastasi tumorali: in questo caso, derivano dalla crescita di cellule tumorali individuabili da alcune caratteristiche tipiche del tessuto originario ma non del sito di impianto.

Le metastasi, insomma, danno al cancro la capacità di muoversi da una parte all’altra, e se una parte dell’organismo dovesse diventare inospitale per il cancro, le metastasi ne garantirebbero la sopravvivenza.

Ecco perché mi piace quello che ha detto Berlusconi, ossia che la magistratura è “una metastasi della democrazia”. Significa che la magistratura-metastasi garantisce la sopravvivenza della democrazia. Spero che questo sia vero, e che la democrazia italiana abbia la stessa vitalità del cancro, per non essere estinta da gente come i berlusconi e i veltroni (e da quegli altri che ben conosciamo).

aprile 19, 2008

L’isola che ci sarà

Posted in le mie fiabe, politica tagged , a 6:26 pm di Sognatrice

In principio era la terra. Nella terra vivevano le formiche e sulla terra i ricci. Dopo venne l’uomo, un contadino, e costruì una casa che si chiamava “Burella”, fatta di sassi, mattoni rossi e legno che la terra gli aveva regalato. Il contadino sorrideva alla terra – sempre – e cominciò a far crescere il grano. Le formiche ne erano molto felici, perché le radici del grano davano aria alla loro casa, il formicaio. Nella notte i ricci spigolavano nel grano, e scorrazzavano sulla strada che portava in direzione della città. Il contadino usava quella strada solo di tanto in tanto e cosi, qualche spiga cresceva anche là. Poi, il contadino costruì un’altra casa che si chiamava “Piccola”, per essere sicuro che anche i sui ragazzi ne avessero una. La gente in città cambiava, ma il contadino – lui o i suoi ragazzi, o i ragazzi dei suoi ragazzi – era sempre là. Uno di loro cambiò il grano con l’uva: le foglie rossoverdi sorridevano al sole ogni mattina di ottobre. Alle formiche, le radici della vigna piacevano come quelle del grano, e i ricci mangiavano alcuni grappoli, come i bambini che abitavano lì vicino. La terra respirava.

La gente in città, però, continuava a cambiare. Un giorno il contadino – o suo figlio, chissà – lasciò il posto maledicendo questa nuova gente. La Burella andò in rovina, la vigna non cresceva più, tutto si riempì di erbe selvatiche, di cardi campestri, di fiori gialli sconosciuti e di rovi. Sulla strada per la città cresceva ancora un po’ del grano che era caduto, negli anni, dalla carretta del contadino. Alle formiche, le radici dei cardi campestri andavano bene come quelle della vigna e i ricci, a volte, potevano mangiare le bucce di banana gettate da chi faceva merenda. Le nascondevano per poterle poi condividere quando la fame si faceva sentire. La terra respirava.

In quel momento arrivò la ‘ndrangheta. I cardi, i fiori e l’erba vennero distrutti e coperti con strane pietre che venivano da lontano, non più rosse. Edifici incomprensibili di cemento si innalzarono fino al cielo: i ricci fuggirono, e i giovani di città restarono senza posti per fare merenda, senza un posti per emozioni dolci e silenziose. La terra non vedeva o sentiva più niente.

Le formiche, comunque, restarono. Ancora oggi, corrodono e corrodono il cemento, milioni e milioni di formiche che scavano per avere aria pura per i loro piccoli. E un giorno, i figli del contadino – o i loro figli – i giovani di città – nuovi e vecchi – verranno in aiuto delle formiche, e cacceranno via la ‘ndrangheta e tutti quelli che l’hanno aiutata. E la terra respirerà ancora.

marzo 23, 2008

Cappuccetto Nero e il Trapassato

Posted in le mie fiabe a 8:56 pm di Sognatrice

C’era una volta una giovane ragazza che si chiamava Cappuccetto Nero e viveva a Parma. Si dice che a Parma si possano incontrare facilmente persone che si atteggiano un po’ troppo, e perciò è un posto un po’ strano. Non so se questo sia vero, ma è più che certo che Cappuccetto Nero non era né altezzosa né insensibile. Era, invece, una bella ragazza molto gentile e dolce.

Un giorno, la nostra Cappucetto Nero camminava vicino al Teatro Regio: oggi come allora c’era un grande parco pubblico presso al magnifico teatro (esattamente dove, tanto tempo fa, si trovava il monastero di Sant’Alessandro).Tutto a un tratto Cappuccetto Nero vide – tra tutte le persone felici e serene – una creatura molto strana, ancor più strana di quanto i parmigiani già non siano. La creatura piangeva.

“Come mai piangi in una bella giornata come oggi?” Cappuccetto Nero domandò.
La creatura non rispose niente.
“Ehi, piccolina” disse Cappuccetto Nero “Chi sei? Cosa t’è successo?”
“Sono il Trapassato”, rispose quella tra i singhiozzi.
“Il Trapassato..? Trapassato prossimo? Oppure il Congiuntivo Trapassato?”
“Nooo!” urlò il Trapassato e ricominciò a piangere. Cappuccetto Nero la abbracciò.
“Sono… Sono.. il Trapassato! Il Trapassato e basta! Non sono qualche subordinata del Congiugntivo o.. o..”
“Ehi! Va be’, va be’, tutto bene, non piangere!” la consolò Cappuccetto Nero. “Sei un bellissimo Trapassato, in un bel piazzale, in una bella giornata. Sorridi, nessuno ti farà del male”.
“Ma gli altri tempi non mi vogliono nel Libro di Grammatica, non vogliono il Trapassato e basta”.
“Embè?! E chi vorrebbe mai abitare nel Libro di Grammatica? Ho sempre pensato che fosse noioso, no? Dai, andiamo a vivere nel Libro delle Fiabe! È un posto veramente bello e interessante!”

Il Trapassato smise di piangere e guardò Cappuccetto Nero con gli occhi sgranati, e poi sorrise. Andarono a casa insieme e, anche oggi, vivono in un grande libro a colori di fiabe – e lì vivranno per sempre felici e contenti.

marzo 9, 2008

Dei proverbi

Posted in abitudini, società a 8:24 pm di Sognatrice

“Peccato confessato è mezzo perdonato” è un esempio di buona idea sorta dalla cultura cattolica in Italia. Questo proverbio dice che si deve sempre dire quando si è fatto qualcosa di male; un concezione che ha molti corollari, e che fa bene alla società. A volte, per esempio, è possibile correggere le cattive azioni: ma per correggere qualcosa se ne deve conoscere l’esistenza. Ovviamente, alcune cose sono irreversibili, ma anche in questo caso si possono compensare le vittime delle cattive azioni – a patto che si sappia del problema. Parlando di problemi, possiamo imbatterci anche in un altro proverbio, “errare humanum est”; poiché tutti fanno sbagli, non dobbiamo punirci con troppa severità. Questa convinzione è molto importante per la società: se tutti sbagliano, significa che i politici, gli scienziati, gli artigiani ecc, a volte fanno cose sbagliate. In questo caso è ovvio che in un certo senso siamo tutti uguali, che nessuna persona ha meriti tali da giustificare la sua appartenenza alla “élite” in quanto migliore delle persone “comuni”. Ovviamente alcuni sanno di più di certe cose, ma questa non significa che sono persone “superiori”. Nei paesi cattolici non si sente mai dire che i politici o i ricchi siano migliori perché sono “politici” o “ricchi”, tutti sanno che questa posizione è soltanto una posizione, e non rende, per ciò stesso, qualcuno più onesto o infallibile; tutti sanno che la scienza e l’arte sono proprietà di tutti. Non è un miracolo che la Rivoluzione francese sia avvenuta in Francia e non in Inghilterra, perché anche le idee di uguaglianza sono nate in una cultura non ipocrita, dove la gente parla. Anche dei peccati.

novembre 24, 2007

Il mio posto preferito per un caffè?

Posted in abitudini, cibo a 5:13 pm di Sognatrice

Nel buio dei pomeriggi autunnali la luce gialloarancione entra dalla finestra. La maniglia metallica della porta, un po’ umida, accanto a cui c’è una vecchia etichetta di conversione tra euro e lire. Entrando alzo la testa e l’uomo al banco diventa un po’ orgoglioso, come sempre se qualcuno visita il suo bar; qualche volta sorride, abitualmente soltanto con gli occhi. Due passi fino al banco nell’odore del caffè macinato, del vapore, delle stoffe dei vestiti degli altri ospiti, del pavimento; inconsciamente faccio un respiro profondo per non perdere niente di questa miscela di odori conosciuti.
“Un caffè, per cortesia”
L’uomo al banco forse dice qualcosa, ma non importa, perché lui non può dire nient’altro che essere felice di farlo. Comincia il clic-clac-brrrr della macchina del caffé; con un movimento speciale, di cui si riconosce che è italiano, il piattino bianco emerge sul banco, il cucchiaino lo accompagna subito.
“Prego”
Il caffè, scuro, profumato e caldo. Lo bevo, sempre con la stessa velocità – con tre-quattro sorsi – nella stessa posa, lasciando la fine nella tazza. Qualche volta guardo i giornali, qualche volta parlo con gli altri, e poi pago ed esco nelle tenebre che sembrano ora più ospitali.

novembre 18, 2007

Che cosa mi serve?

Posted in personale, società a 10:11 am di Sognatrice

Che cosa mi serva per essere cittadina – dentro me, non legalmente – è facile da spiegare. Serve la voglia e la capacità di decidere sul futuro di un determinato paese. Nel mio caso, in altre parole, devo avere la capace di dire come l’Italia potrebbe essere domani. Penso di saperlo, fino a certo limite, ovviamente, ma sufficientemente per sentirmi cittadina in senso moderno.

Ma che cosa mi serve per dire: sono italiana, sono emiliana, quando dico la verità? Basta soltanto l’amore per il paese? No, non mi sembra così. Dunque, cosa devo sapere, come devo comportarmi? Ci sono tanti aspetti diversi, è molto difficile creare qualche sistema. Quindi scrivo delle mie idee, in ordine arbitrario, di ciò che voglio sapere per essere di questo posto.

La storia popolare. Per me è molto importante conoscere i miti del posto in cui sto vivendo. I miti di persone, del paesaggio eccetera, eccetera. Purtroppo, la cultura scritta esiste in Italia da lungo tempo, quindi è difficile trovare storie folcloristiche. Ma ci sono, e in un certo lasso di tempo se ne troverà traccia nelle conversazioni quotidiane: e se si domanda, si incontrerà la storia. Il mito. La favola. Il proverbio. Sapere di gente, memoria collettiva.

Storia politica e economica. Chi e quando è stato al potere, come lo sviluppo economico si è tradotto in pensieri, come la conoscenza della gente si è sviluppata o, in termini più semplici, che cosa e quando è successo, e perché.

Geografia. Non soltanto i nomi sulla mappa, ma la conoscenza di città e paesaggi come sono nella realtà. Il profumo delle montagne, le voci nella mattina nei piccoli paesini, la sottile differenze tra città e città, montagna e montagna. La capacità di guardare una carta e sentire immediatamente la concretezza di tutto questo. La capacità di guardare una foto a caso e sapere che questa è casa.

Natura. Le piante e i funghi principali, dove crescono, che aspetto hanno, come li si può usare e come si chiamano, nella lingua ufficiale e in quella popolare e, perché no, qualche nome in latino. Gli animali/uccelli/rettili/pesci/ecc principali, dove vivono, cosa mangiano, come si chiamano.

Lingue e letteratura. Origine e storia della lingua ufficiale e dei dialetti. I libri importanti, gli autori importanti, le tematiche importanti.

Musica. Le canzoni famose, le canzone folcloriche… La conoscenza degli strumenti popolari.

Ci sono molte altre cose che ora non ricordo.
La prossima trasmissione sarà la prossima volta.
Ci leggiamo.

giugno 4, 2007

Le fiabe

Posted in lingua a 11:55 am di Sognatrice

Ieri sono tornata all’infanzia. Cioè, ho letto le fiabe: da un grande libro di fiabe in italiano che mi è stato regalato all’ultimo compleanno. Da quando ho memoria, ho sempre adorato i libri. Ma se si leggono a una certa età, le fiabe perdono la loro magia. Forse sono troppo corte, o forse, alla mia età, si conoscono tutte le fiabe a memoria.

Ma oggi ho letto in italiano le fiabe dei tre porcellini, dell’elefantino e della sua amica lepre, dei sette capretti e della bella e la bestia. L’ultima fiaba mi ha fatto piangere, perché è troppo commovente. Mi sono ritrovata in quel mondo magico in cui si vive come bambini, sentivo tutti le emozioni completamente, tutto era interessante e in certo senso, nuovo.

Le fiabe sono un modo di scoprire il mondo. Ora scopro il mondo italiano, la lingua italiana. E in questo senso, sono ancora una bambina, che ha appena imparato a leggere.

Si devono leggere le fiabe lentamente e con molta immaginazione. Il mio italiano è a un livello in cui non si può leggere in nessun altro modo. Sono felice di questo. Posso ancora leggere le fiabe.

aprile 21, 2007

La vita è bella

Posted in personale, società a 6:40 am di Sognatrice

Abbiamo parlato di Gramsci nel corso di lingua italiana che sto frequentando. Naturalmente ho gesticolato e ho parlato di politica e sviluppo del pensiero di sinistra e comunista (io sono la specialista di politica e storia in questo corso:P). Ma abbiamo anche letto le sue “Lettere dal carcere”, cioè una lettera a suo figlio Delio su ricci e mele. Ho quasi pianto per il grande cuore di quest’uomo, per le parole calde che ha scritto a suo figlio da una situazione terribile.

Mio padre è scienziato. Quando ero bambina a volte lui era a conferenze a Mosca o a Londra o in qualche altra città, e da tutti questi posti mi scriveva lettere: brevi descrizioni delle città e della vita all’estero. Queste lettere erano molto calde e molto intime, e quando ho letto la lettera di Gramsci a suo figlio ho riconosciuto esattamente lo stesso amore enorme e incondizionato, in parole semplici ma bellissime. Sento che sono legata a Gramsci in uno strano modo, per lettere tra padre e figlio.

Ho immaginato Gramsci in prigionia, nella privazione di ogni bisogno vitale, nella privazione della discussione: l’ho immaginato sorridente nel ricordare ricci e mele e il sole della Sardegna, e come lo ha descritto a suo figlio. Chissà se Gramsci pensasse spesso alla sua infanzia in un mondo affettuoso e amichevole, chissà che non fosse proprio questa infanzia felice e il desiderio di trasmettere tale felicità a suo figlio a sostenerlo nella carcerazione.

Gramsci è uno di quelli che mi danno una enorme fiducia nell’umanità.

Vorrei sapere se si sia reso mai conto che non avrebbe rivisto ancora la Sardegna.

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