gennaio 27, 2011

che cosa vuol dire lottare per la libertà

Posted in lavoro, politica, società tagged a 8:30 am di Sognatrice

Purtroppo non sono in Italia adesso, quindi non posso essere in piazza per mostrare che anch’io faccio parte di quelli che devono vivere del proprio lavoro, e per mostrare la mia solidarietà ai lavoratori e alle lavoratrici della FIAT, quelli veri. Ma lo sono con la mente, e per questo pubblico le mie riflessioni, pensate e scritte immediatamente dopo il referendum…

La prima cosa che mi veniva in mente, dopo aver sentito della vittoria del sì al referendum di Mirafiori era la canzone di Della Mea “Quando la lotta è di tutti e per tutti, il tuo padrone, vedrai, cederà, se invece vince è perché i crumiri, gli dan la forza che lui non ha”. La seconda è che, dopo aver guardato i risultati, mi veniva più in mente un parallelo con la marcia dei quarantamila dopo lo sciopero della Fiat nel 1980. Infatti, è stato in quell’occasione che le relazioni industriali sono cambiate, e quest’ultimo referendum segna l’ennesima occasione di una rivolta crollata. Non significa, però, che i padroni abbiano vinto per sempre, è, infondo, solo una battaglia persa, non tutta la lotta. Kipling, una volta, ha detto che niente è mai finito prima che sia finito nel modo giusto (nothing is ever settled until it’s settled right), e lo stesso vale anche per diritti dei lavoratori, per la società italiana.

Scrive il blog “Verità e democrazia”a fare la differenza è il voto degli impiegati che /../ sono evidentemente (e colpevolmente) estranei alle ragioni, alla fatica e ai tempi del lavoro manuale. Sì, sembra che sia sempre così. Saltano sempre fuori “loro”, che votano contro i propri interessi, sempre con i padroni per non-si-sa-cosa. Ma, d’altro canto, non sono “evidentemente” estranei alle ragioni o alla fatica, lo sono per certe chiare ragioni. Molti impiegati vivono allo stesso modo degli operai, vendendo la propria forza lavoro per sopravvivere, molti di loro sono importanti per la produzione, ci mettono la loro forza. Quindi, non è il loro status che li rende ignoranti della fatica di quelli che lavorano alla catena di montaggio. Io non c’ho mai lavorato, ho solo letto delle descrizioni di come ci si lavora e, specialmente, di come è duro per le donne, e non ho mai avuto dubbi da quale parte stare. Non solo io. Forse sì, non è la stessa cosa, ma la solidarietà è esattamente questo: stare sempre dalla parte di quelli che lavorano, anche se il nostro lavoro può essere ben diverso. Il famoso fronte tra operai e studenti del ’68 era esattamente questo. Quindi, è l’egemonia che fa sì che loro stiano sempre dalla parte dei padroni.

Curvati e piegati.

Dunque, la lotta dev’essere di tutti e per tutti. Il problema che nasce negli anni ’80 è duplice: da un lato l’egemonia della individualizzazione del lavoro, dall’altro il cambiamento della sinistra. Quella vera, dei movimenti e dei lavoratori che cercava una politica “nuova”, non autoritaria, e c’era anche riuscita, in un certo senso, a creare un altro modo di pensare, di essere. Ma la destra non è cambiata, o, forse, è solo cambiata nel senso di essere oggi più unita, più gerarchica. E quella “nuova sinistra” non ha ancora il modo di combattere questo potere, il modo di far crollare questo potere, pur avendo le idee per un nuovo modo di gestire la società.

Un altro aspetto che è cambiato, ancora duplice come problema, è la mancanza del potere dell’Unione sovietica. Perché, nonostante tutto, l’Unione sovietica dava sempre un po’ di forza agli operai, perché senza essere costretta dalle regole del “fair play” o dei diritti umani, era pur sempre una forza. Una forza che incuteva al capitale la paura costante di una possibile rivoluzione, e anche come forza reale che poteva usare le proprie armi in qualsiasi momento. Il potere crudo che gli operai di adesso non hanno più. Cosi, la lotta è diventata più dura per i lavoratori, ma non diversa, nonostante tutto: il capitalismo è, infondo, sempre lo stesso.

Infatti, quelli che parlano contro lo stato sociale, le garanzie, le otto ore, ecc ecc, dicendo “ma non possiamo mica tornare agli anni ’60, il mondo è cambiato” non sono le forze progressiste, vice versa. E vogliono esattamente tornare agli anni ’60. Ma gli altri ’60, 1860. O forse ancora di più, vogliono tornare prima di 1848, sperando di poter cancellare le critiche di un certo Manifesto. Gli argomenti a favore della flessibilità sono gli argomenti ottocenteschi per dare solo agli imprenditori la possibilità di decidere come trattare il mondo del lavoro e non limitare i propri profitti. Per questo sono molto triste ogni volta che sento questo argomento anche da quelli che dovrebbero stare dalla parte del lavoro o che, forse, ci stanno, ma che nel bel mezzo dei cambiamenti politici hanno dimenticato che il modo di funzionare dell’economia capitalista è in fondo sempre lo stesso. La rivoluzione russa non è stata fatta da pazzi che volevano solo il potere o uccidere gli altri, c’erano condizioni economiche molto chiare che hanno reso possibile quella rivoluzione. Ovviamente, senza Lenin e Trockij forse non ci sarebbe stata, ma ce ne sarebbe forse stata un’altra in qualche altro paese. E ci sarà ancora, se nessuna cosa dovesse cambiare prima.

Nessuno vuole il sangue. Spero ancora che questo processo posa concludersi positivamente prima che si sia tornati davvero a un secolo e mezzo fa.

E il modo-chiave di agire, mi sembra che sia quello che abbiamo visto nelle elezioni del 2006 “che uniti, si vince”. Contro il potere cosi fortemente gerarchico e duro, come quello attuale, ci si deve unire a nostra volta. Quelli che lavorano, impiegati e operai, devono capire che sono sulla stessa barca. Sì, siamo tutti diversi, noi, tutti individui, tutti importanti – ma anche tutti capaci di scegliere di lottare per gli altri, lottare insieme, dare la propria forza a quelli che ne hanno bisogno in un dato momento, anche se diversi. Si, i centri sociali e la CGIL possono avere molte idee diverse, possono pensare alla “buona vita” in modi diversi, ma la lotta per il lavoro è un fine che si può perseguire insieme (bene, non parlo di PD e suoi pupazzi – quelli sono di destra). Quella “nuova sinistra” di cui parlavo prima, è esattamente questa: non abbiamo un partito che ci “spiega tutto” e a cui si debba sempre obbedire, ma ognuno ha una scelta, in una lotta è il leader, in un’altra uno della massa. Cosi si crea “la massa di individui”, la massa in cui tutti possono essere élite, ma possono anche scegliere di essere “massa”, quando c’è bisogno. Perché è bello essere uno dei tanti, sentirsi parte di qualcosa di grande, non essere sempre uno che parla dal palco, ma essere “forza di piazza”. Tutti possono e devono avere la possibilità di svolgere entrambi ruoli. Solo cosi si riesce a creare l’unità necessaria per combattere la destra, il capitale, quando tutti sanno che questa forza enorme c’è per un scopo ben preciso e non viene usata contro noi stessi, un potere per combattere e non per creare lo stesso mondo, solo con diverse persone al potere.

All’inizio di gennaio, in un bar, parlavo con una persona e mi è capitato di chiedergli: ma tu che da parte stai, lavoro o capitale? E lui, con una occhiata di imbarazzo, mi ha detto: “ehm…. ma sì, ovvio, non posso essere dalla parte del capitale. Ma come faccio a dire che sono proletario, io non lavoro a fabbrica, gli altri non mi crederebbero mai, non mi prenderebbero sul serio come proletario”.
– Ma vendi la tua forza-lavoro per sopravvivere? Hai un padrone?
– Sì
– Quindi, chi sei… Comincia ad agire come un proletario, e gli altri ti prendono come uno

Spero che sarà anche lui in piazza oggi-domani. Spero che siamo tanti a sostenere lo sciopero. Tutti noi, che siamo dalla parte del lavoro, non importa se in fabbrica o in qualche altro posto.

 

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